Dipartimento Di Scienze Politiche E Università Per Stranieri Di Perugia - Dipartimento Di Scienze Umane E Sociali, 11 - 13 Settembre 2014

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Dipartimento Di Scienze Politiche E Università Per Stranieri Di Perugia - Dipartimento Di Scienze Umane E Sociali, 11 - 13 Settembre 2014 1 XXVIII Convegno SISP - Università di Perugia - Dipartimento di Scienze Politiche e Università per Stranieri di Perugia - Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, 11 - 13 settembre 2014 Le primarie e la militanza: come cambia il ruolo degli iscritti ai partiti Giulia Sandri e Antonella Seddone LE SFIDE ORGANIZZATIVE DEL PARTITO DEMOCRATICO IN SICILIA. LA LOGICA DEL SOTTO-FRANCHISING Antonio Lenzi (Università di Palermo) Giancarlo Minaldi (Università di Palermo) Sorina Soare (Università di Firenze) Abstract: Il paper si propone di indagare l’evoluzione della relazione tra la dimensione stratarchica dell’organizzazione del PD nel caso siciliano e le consultazioni per l’elezione dei segretari regionali, utilizzando quale principale punto di riferimento analitico il concetto di franchising elaborato da Carty (2004). Sin dalla sua fondazione il PD siciliano sembra tendere a un superamento dell’assetto stratarchico, mettendo in luce dinamiche altamente frammentate e costruendo la sua architettura organizzativa rispecchiando logiche quasi esclusivamente locali. Adattando il concetto classico di franchising, ciò che prevale a livello siciliano è anzitutto l’influenza di una “sponsorizzazione locale” ovvero una rete di challengers sub-regionali. Attraverso un processo di sotto-franchising, emerge, infatti, l’esistenza di un accordo informale di collaborazione fra il marchio consolidato del PD (il franchisor centrale) e leader sub-locali (i sotto-franchisees) i quali controllano de facto lo spazio di manovra dell’unità regionale, sia per quanto riguarda la mobilitazione del consenso elettorale, sia per la definizione dei progetti politici e, in primis, delle alleanze a livello del governo regionale. I tre segretari regionali che si avvicendano dal 2007 in poi, pur essendo legittimati da consultazioni aperte e ampia partecipazione, si ritrovano in una condizione di costante debolezza; lo spazio di manovra della loro direzione è ostacolato dal veto dei sotto-franchisees. Emerge allora un rapporto di indipendenza reciproca fra il centro e le reti di sotto-franchising all’interno di uno scambio che trascende il livello regionale: è al livello del potere locale che si raccoglie il consenso elettorale per il centro in cambio della non interferenza di quest’ultimo nella gestione delle risorse (simboliche e materiali) che alimentano il sistema locale e delle alleanze politiche così costituite. Very early draft1 1 In attesa di integrazioni dati ufficiali regionali/sub-regionali sulle consultazioni elettorali del 2007, 2009 e 2014 (partecipazione e percentuali di voto a livello regionale e provinciale). 2 In Europa il nesso tra democrazia rappresentativa e partiti politici ha rappresentato per lungo tempo un dato di rilevanza cruciale, sia sul piano euristico, sia su quello normativo e valoriale. In particolare, dal secondo dopoguerra si diffonde l’immagine di democrazie rappresentative inevitabilmente gestite attraverso e da partiti politici (Sartori 1968) che consentono inclusione e partecipazione, contribuendo così alla stabilizzazione dei sistemi democratici (Schumpeter 1962, Dahl 1971; Ware 1987). Tuttavia, negli ultimi trent’anni questo “idilliaco rapporto” fra partiti e democrazia è stato progressivamente problematizzato e sottoposto a svariate critiche, accumulatesi parallelamente alla diffusione di un crescente malessere democratico. I molteplici sintomi rinviano alla diminuzione della partecipazione elettorale, al crescente ridimensionamento della membership di partito, al declino della fiducia nei partiti politici (ma anche nelle élite politiche, nei parlamenti e nei governi) e alla corrispondente diffusione di sentimenti anti-partito e, in particolare, dell’idea che i partiti tradizionali (e le loro élites) siano pressoché ‘tutti uguali’ (Ignazi 2014). Ciò contribuisce a spiegare la crescente diffusione di partiti e movimenti popolari/populisti di contestazione (Linz 2002; Tarchi 2003, Mastropaolo 2005). Secondo alcuni studiosi tali manifestazioni rinvierebbero ad una crisi della democrazia rappresentativa o comunque ad una sua profonda metamorfosi regressiva (Mouffe 2000; Crouch 2004; Mastropaolo 2011), altri invece le interpretano in modo più sfumato, collegandone per lo più i tratti con la scarsa performance delle istituzioni democratiche (Pharr & Putnam 2000, Dalton 2008). Ceteris paribus, i partiti non sembrano più essere quello che erano una volta (Schmitter 2001), ma che ciò equivalga a un adattamento, a una manifestazione di declino o addirittura a un’agonia rimane un elemento abbastanza controverso in letteratura (Dalton e Wattenberg 2000, p. 4), pur permanendo un generale accordo riguardo al fatto che, nonostante la crescente problematicità nei rapporti fra società e partiti, questi ultimi continuino de facto a esercitare un forte controllo sulla sfera politica (Scarrow & Webb 2013). In questo scenario, ciò che soprattutto emerge dall’analisi empirica è la tendenza dei partiti a reagire a queste sfide multiple, in primo luogo adottando forme organizzative più leggere e flessibili, e applicando norme di legittimazione democratica della leadership e della rappresentanza parlamentare. La de-oligarchizzazione dei metodi di selezione appare come un processo le cui ripercussioni non sembrano riguardare esclusivamente le funzioni che i partiti assicurano all’interno delle democrazie rappresentative, ma anche la struttura organizzativa. A livello sistemico, in Italia, questi cambiamenti sono avvenuti in un contesto nel quale l’approvazione della riforma elettorale del 2005 (legge 270), abolendo i collegi uninominali e non prevedendo le preferenze in un sistema esclusivamente proporzionale, ha favorito quella che Calise definisce “una spaccatura verticale tra centro e periferia dei partiti” (2010, p. 134), svincolando i candidati nazionali da forti legami di solidarietà verticale con i collettori di preferenze a livello locale (Minaldi 2011, p. 167-8). In questa cornice stratarchica sembra iscriversi anche la duplice tendenza alla macro-personalizzazione delle macrostrutture, in rapporti prevalentemente indiretti, e alla micro-personalizzazione delle microstrutture, in rapporti prevalentemente diretti (Calise 2010, p. 134). A livello individuale, i partiti cercano di rispondere al deficit d’immagine rafforzando il legame fra leadership ed elettorato (Calise 2005, Bordignon 2013). Ciò premesso, le elezioni primarie, quali forme di consultazione popolare volte alla selezione dei candidati (Valbruzzi 2007), in parallelo con le consultazioni popolari per la scelta dei leader - forme non assimilabili alla definizione classica delle primarie (Pasquino 2009) - sono divenute elementi ricorrenti nel sistema politico italiano e, in particolare, nel Partito democratico. Come ricorda Venturino (2010, p. 7), la nascita del PD è stata sancita dall’apertura della selezione degli organi di direzione, caratterizzata da un alto livello di inclusione e da una competitività fluttuante (De Luca e Venturino 2010, Pasquino e Venturino 2010, 2014). 3 In questo generale scenario il principale quesito di ricerca che questo studio si propone di esplorare riguarda l’impatto delle consultazioni aperte (agli elettori) per la designazione delle strutture di vertice sull’assetto organizzativo del Pd in una regione del Mezzogiorno, la Sicilia, in cui, dopo oltre un sessantennio di marginalità elettorale e politica dei partiti di sinistra e di centrosinistra (su cui ci si soffermerà più diffusamente nel prosieguo) il Pd è riuscito per la prima volta nel 2012 ad eleggere alla presidenza della Regione un proprio candidato, Rosario Crocetta, assumendo formalmente il controllo del governo regionale. I principali tratti del processo evolutivo che ha caratterizzato il Pd siciliano e i partiti che vi hanno dato vita, nonché i loro predecessori, saranno illustrati nel secondo paragrafo, qui basti rilevare come, al di là della retorica finalizzata ad enfatizzare il cambiamento e l’apertura del partito verso la sua membership e l’elettorato in generale, ad una prima osservazione sembrerebbe che l’apertura del processo di selezione delle cariche dirigenziali non abbia prodotto significativi cambiamenti, sia sul versante degli assetti organizzativi interni, sia su quello dei rapporti verticali tra livello regionale e livello nazionale. Da un lato, il sistema dei rapporti tra livello regionale e livello nazionale ha mantenuto una forte impronta stratarchica, caratterizzandosi, cioè, per una tendenza alla reciproca autonomia tra i diversi livelli, emblematicamente testimoniata dalla persistente marginalità dei rappresentanti politici siciliani nei governi nazionali di centrosinistra (Minaldi 2012), fino alla completa assenza nella compagine governativa guidata da Matteo Renzi2. Dall’altro, sin dalla sua fondazione il PD siciliano ha palesato dinamiche altamente frammentate, in un’articolazione organizzativa che sembra riflettere per lo più logiche competitive sub-regionali. In un siffatto scenario, adottando il modello interpretativo di partito come sistema stratarchico di franchising (Carty 2004), proveremo ad esplorare l’esistenza e le connotazioni di quello che può definirsi un sistema di “sponsorizzazione regionale” che agisce come una sorta di sotto-franchising di un leader dell’organizzazione centrale. Per definire le caratteristiche e le implicazioni di questo processo di sotto-franchising, si prenderanno in esame le diverse tornate di consultazioni per l’elezione del segretario regionale. Nella prima parte dell’articolo forniremo una premessa teorica generale incentrata
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