Antonio Di Pietro: Invenzione Di Un Italiano
p.316 Enrico Pozzi Antonio Di Pietro: invenzione di un Italiano 1. Un corpo nuovo Tra il 1992 e la fine del 1993, un nuovo corpo entra di pre- potenza nell'immaginario della società italiana. Solido, alto, pochi capelli neri, un viso da contadino, le dita nel naso, lo sguardo mobile e astuto, o astutamente da vittima, un muoversi a scatti, come di chi deve trattenere a stento la Potenza che lo abita, le mani troppo grosse e troppo mobili, i vestiti appesi addosso con disagio, il calzino corto, i gesti del Sud, la voce e la grammatica dell'Appennino depresso. I nuovi chierici si impossessano subito della sua novità e la rimbalzano sulla scena massmediale, ingigantendolo via via. «Un incubo alto, moro, massiccio, esuberante, sorridente, perennemente infagottato in giacche sbagliate e pantaloni sfor- mati. Un "mostro" contro il quale le vittime sembrano avere le armi spuntate » (Valeria Gandus, "Panorama"). «Faccia intelli- gente da contadino e rocciosità da giustiziere buono, ha portato alla ribalta una categoria per anni ignorata, minimizzata e pure presa in giro: quella degli italiani dimessi, tosti e perbene. Non veste firmato, porta perfino i calzini corti. [...] E incute un nuovo rassicurante rispetto» (Maria Laura Rodotà, "Panorama"). La.gauche caviar è solo un poco più sofisticata: «Ha la faccia e il look del perbene anni Novanta. Del "trasversale buono", quello che sale al posto del rampante socialista assolutamente fuori moda: completo giacca e cravatta stazzonato, sguardo stanco e barba lunga di chi lavora tanto, capello spettinato, fascino inaspettato [...] un po' l'italiano in gita che mangia il Magnum Algida, un po' Franco Nero quando faceva il commissario giustiziere» (Marco Giusti, curatore di "Blob").
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