Caro navigatore, appassionato di ciclismo o semplice curioso, l’Unione Ciclistica Scat di Forlì ti regala la lettura di alcune pillole del maestoso romanzo dello sport del pedale…..

Sono gli scritti del ricercatore e storico Maurizio Ricci, curatore del sito, in parte raccolti nei libri che ha pubblicato, ed in parte in via di pubblicazione. In un altro link di queste nostre pagine, i più bravi lettori, mettendosi in competizione, troveranno attraverso appositi quiz, la possibilità di ricevere i lavori di Ricci, presso le rispettive abitazioni.

Il nostro viaggio sulla Storia del Ciclismo, che non avrà confini di zona, nazione e specialità, non poteva che partire da quella data, il 1909, che fu genesi del secolare solco del Giro d’Italia. Un’edizione epica che vi raccontiamo….

Giro d’Italia 1909: prima tappa di una corsa lunga un secolo.

….Una terra lunga e sottile come un dito della mano d’Europa obliquo, gibboso e generoso pittore di fascinosi sguardi d’orizzonte dove il mare s’unisce ai monti donando agli occhi un’anfora di sogni.

Un itinerario che dalla geografia muove l’intensità dei linguaggi i colori dei costumi i sapori ed i venti delle usanze nel guscio di una cultura che rivive ed accarezza la storia

Un paese, l’Italia che rende all’immaginario la sua rocciosa spina dorsale dove gli abiti sono i segni del tempo percorso da uomini umili e veri nella verità d’una medesima fatica.

E quel motore umano che spinge nel brusio d’affannosi respiri un mezzo onesto ed uguale portatore del distinguo dell’unicità dipinge ogni anno l’affresco d’un tema che non ha genesi e fine.

Così, ogni segmento diviene solco che si libra nel raccolto delle menti come il persistente messaggio fuso da quei pedalatori nella grandiosità delle emozioni su un intreccio d’ermeneutiche.

Il Giro d’Italia è sempre stato questo, se lo dimentichiamo è perché il mefitico invaso della fretta ha inciso sui nostri emisferi per lasciarci il ghiaccio di quella latta che non può essere il nostro avvenire…

(Morris – 12 febbraio 2008)

Le origini Scavando sull’alba del movimento ciclistico non solo in Italia, emerge da subito un dato che ha svolto una funzione trainante per tutto il pedale: l’impiantistica. Lo sviluppo del velocipede, poi di- venuto bicicletta, prima ancora che riprove su strada (a cui si fa troppo spesso unico riferimento), propose soprattutto pista, ovvero luoghi protetti, ove era più facile trasportare l’attenzione del pub- blico ed i conseguenti processi simpatetici ed imitativi. Non si trattava di velodromi come li conce- piamo in senso moderno, ma di “tondini” allora in terra battuta ricavati immediatamente con lo- giche che tenevano conto della forza centrifuga e con conseguenti curve rialzate. Certo, le pendenze formavano angoli irrisori rispetto a quelli dei veri e propri velodromi, ma erano comunque suf- ficienti per raccogliere gli scopi minimi della loro costituzione. Diverse città, le loro rudimentali piste le ricavavano all’interno dei giardini pubblici, o come alternativa ai costituendi ippodromi, ed a ben vedere, alcuni poli, poi confermatisi lungo la storia del ciclismo, ebbero proprio nell’esistenza di questi impianti, un progenitore peculiare. Dunque, se alle prove di resistenza su strada, si deve e si vuole riferire, errando, la fondazione di questo sport, alla pista, va comunque consegnato, per mera onestà, il merito dello sviluppo nei ter- mini tecnici del mezzo bicicletta e la sua popolarità. I primi grandi campioni, quelli che richia- mavano le folle e finivano come riferimenti delle locandine del tempo, erano i corridori dei tondini. O meglio, si trattava di atleti che alternavano alla pista la strada, vincendo su ambedue le specialità, fino a scegliere definitivamente le corse sugli anelli, in quanto prodighe di guadagni impensabili fra le polverose arterie dell’epoca. La stessa industria guardava quei corridori come l’anello necessario per giungere al pubblico. In taluni paesi, soprattutto nel nord America e più in generale negli stati di lingua inglese, la pista ha mantenuto il proprio dominio nel senso più radicale per decenni, al punto di apparire come l’unico versante del ciclismo. Quando si sfogliano le pagine della storia ciclistica più lontana, addirittura quella pionieristica, il lettore trova riferimenti sul numero dei partecipanti e persino sul pubblico, mentre raramente si imbatte su analoghi riporti, relativamente alle partecipazioni e ai coinvolgimenti attorno ai “ton- dini”. In parte, tutto ciò è dovuto alla minore esigenza di proposta da parte degli estensori di molti paesi, via via legata al sempre minore interesse dell’osservatorio verso il ciclismo dei velodromi, ed in parte per la considerazione, vecchia un secolo e un quarto, che attorno a quegli anelli, fossero scontate le presenze di migliaia di persone e di decine e decine di partecipanti atleti. Un “peccato originale” su cui gli storici di questo sport non hanno mai posto rimedio, forse anche perché il terreno di ricerca si apriva su campi diversi dal riporto sportivo. In altre parole, il pedale dei tondini rappresentava una festa, un riferimento pari agli spettacoli circensi, all’ippica o a quei tornei di lotta fra animali, che costituivano un’antropologia essenziale e determinante, nell’unire la crescita socia- le, con l’ancor sottile tempo libero e il vedere da vicino i segni di un’industria crescente, capace di proporre alternativa al cavallo e alle carrozze. Lì, su quegli anelli in terra battuta, s’erano eretti degli autentici monumenti per il nuovo mezzo, delle icone diremmo oggi, funamboli potenti e virtuosi i cui nomi risuonavano sulle folle. I vari Pontecchi, Pasini, Nuvolari, Tommaselli, Momo, Singrossi, Bixio e, soprattutto, Buni, erano i grandi pionieri che cementavano gli echi dei primissimi alfieri del biciclo, erano il ciclismo di chi si poneva, in qualche modo, al contatto con la bicicletta. La strada, fino ai primi anni del ‘900, aveva fatto poco per muovere fantasie e travolgenti passioni, anche se non erano mancate le iniziative coraggio- se, sulle ali della prima corsa di velocipedi, la Firenze-Pis- toia risalente al 1870 (nella foto gli organizzatori) , come ad esempio la Milano-Torino nel 1876, o le corse che nasce- vano qua e là in tutto il Paese. Ben presto nacquero i campio- nati su strada, che allora si chiamavano “di resistenza”, su percorsi mai superiori ai 150 chilometri, mentre Lombardia, Piemonte, Liguria,Veneto, Emilia e Lazio, erano le regioni più impegnate in direzione di quel mezzo assai meno complesso ed ingombrante rispetto al velocipede. Le gare però, avevano ben poca ufficialità, i controlli erano scarsi ed erano ammessi tutti, senza distinzione di classe e di specialità: stradisti, velocisti, mezzofondisti, dilettanti e professionisti. Già, quei profes- sionisti che dai tondini si muovevano sulle strade, perché sicuri di emergere e di percepire quattrini. Era dunque un ciclismo che cercava affannosamente il suo orizzonte su strada, ma che non riusciva ancora a vedere, davanti a sé, quali sviluppi avrebbe potuto avere, aldilà dei consolidatissimi ton- dini. L’evento svolta si determinò nel 1905, quando l’Unione Sportiva Milanese, bandì una “Corsa Na- zionale” di 340 chilometri e “La Gazzetta dello Sport”, affiancò l’iniziativa che ebbe un successo clamoroso, per l’entusiasmo che suscitò e la partecipazione fattiva dei corridori. Soprattutto, il gior- nale si rese conto che il nuovo clima, andava sostenuto con iniziative adeguate, capaci di allargare il fronte degli interessi che la pista, fino a quel momento variabile pressoché unica, aveva mosso at- torno al sempre più popolare mezzo bicicletta. In questo contesto, gli appoggi e la presenza della testata, se ben diretti, avrebbero potuto rappresentare anche una crescita notevole in fatto di vendita di copie. Non si trattava solo di fare pubblicità ad una bicicletta che iniziava a vendersi da sola. Il capo redattore della Gazzetta, Tullo Morgagni, a dispetto di un portamento da “professoressino” di filosofia e di un fisico ben lontano dall’imponenza, iniziò a dare gambe ad una delle tante voci del suo sangue romagnolo, imponendo al giornale quella che poi si rivelerà una terapia d’urto fon- damentale per i successi organizzativi della testata. Iniziarono così ad uscire supplementi sul ciclis- mo, ed il giornale si pose di fronte alla disciplina con costanza e completezza, aprendosi alla strada con le stesse intensità della pista. Nacquero così familiarità ed amicizie fra i giornalisti e l’ambiente del pedale, sia sul versante di chi usava il mezzo in chiave agonistica e sia su chi lo costruiva. Pro- prio ad una di queste, come si vedrà più avanti, si deve l’inizio del fortunato e secolare rapporto fra la testata ed il ciclismo. La nuova ventata redazionale della Gazzetta dello Sport era tale, da rendere ovvio e per tanti aspetti scontato, un intervento diretto del giornale nell’organizzazione delle gare. Nel 1905, pochi mesi dopo la citata “Corsa Nazionale”, il 12 novembre, il giornale sportivo mila- nese firmò interamente la prima edizione del . La gara registrò un più che dis- creto successo, che cementò la fama del vincitore , il “Diavolo Rosso”, già allora il corridore su strada più popolare, ed in particolare, l’azione della Gazzetta fu determinante nel man- tenere alte quelle attenzioni e quelle attese che portarono poi, cinque anni dopo, quella corsa ad un traguardo straordinario per l’epoca pionieristica del ciclismo: nel 1909 ben 101 corridori riusciranno a concluderla. Due anni dopo la nascita del Giro di Lombardia, il 14 aprile 1907, la testata, alzò il sipario alla pri- ma edizione della Milano Sanremo. I tempi marcavano veramente una consistente evoluzione, in- fatti, quella che diverrà la “Classicissima di primavera”, registrò subito un gran bel successo. Intanto oltralpe, il Tour de France, forte del suo lustro di storia, si consolidava e raccoglieva adesio- ni sempre più europee, ed in Italia, qualcuno, aveva capito che era arrivato il momento di proporre una corsa sulla medesima falsariga.

L’alba del primo Giro Ciclistico d’Italia Gli echi provenienti dalla Francia, diventarono forti nel 1905, quando il Tour era già alla terza edizione. Più che la vittoria di Maurice Garin, valdostano, ma oramai per tutti francese, nella prima edizione del 1903, e la partecipazione, l’anno successivo, del “Diavolo Rosso” Gerbi (si ritirò du- rante la seconda tappa, dopo aver colto il 5° posto nella prima, ma con un ritardo di tre quarti d’ora), erano stati gli interessi della verso quel mercato, ad innescare la notorietà nell’am- biente. Nel 1907, infatti, dopo un’altra partecipazione ancor più incolore di Gerbi, si allinearono alla partenza del Tour, tre ciclisti italiani di fama: Galetti, Ganna e Pavesi. Solo quest’ultimo concluse la prova, ottenendo un onorevole sesto posto, ma il suo piazzamento, unito ai due terzi posti di Ganna in un paio di tappe, ed un quarto di Galetti, furono sufficienti a cementare definitivamente l’idea di proporre anche in Italia una corsa a tappe nazionale. Il primo a raccogliere questo nuovo vento organizzativo verso il ciclismo, fu lo sportivissimo siciliano Vincenzo Florio, il quale, nel 1907, nell'euforia del successo ottenuto dal giro auto- mobilistico, decise di imitare, sia pure su scala ridotta, il Tour de France, proponendo il Giro di Si- cilia a tappe. La prima edizione, che si corse dal 2 al 13 ottobre, verteva su otto tappe, mentre quella dell’anno successivo, su sette. Vinse entrambe le volte , ed i cast raccolti dalla ma- nifestazione furono ottimi, anche in virtù di una qualitativa rappresentanza straniera, all’interno del- la quale spiccò il giovane francese Jean Alavoine. La corsa di Florio, dunque, anticipò di un paio di anni, il Giro d’Italia. Intanto, “La Gazzetta dello Sport”, forte dei successi del Giro di Lombardia e della Milano San- remo, era sempre più convinta di proporre una corsa a tappe nazionale come già avveniva in Fran- cia. Mancavano però i quattrini, la testata non era ancora così consolidata e, tra l’altro, senza ancora saperlo, non era nemmeno la sola ad avere in cantiere un simile progetto. Eugenio Camillo Costa- magna, fondatore del giornale ed Armando Cougnet, l’amministratore, nonché primo giornalista ita- liano inviato al Tour de France nel 1905, fino all’agosto 1908, avevano sempre frenato la loro vo- lontà propositiva, di fronte alle difficoltà finanziarie. Serviva una terapia d’urto, o semplicemente quel fatto scatenante che fu Tullo Morgagni, caporedattore, a portare loro. Come Cougnet (nella foto con l’im- mancabile sigaretta in bocca) , poi pa- tron del Giro fino al 1948, ha sempre detto e sostenuto, la genesi della corsa, sta in un telegramma di Morgagni, del 5 agosto 1908, contestualmente inviato a lui, mentre si trovava a Venezia per affari e a Costamagna, in villeggiatura a Mon- dovì. Il laconico testo recitava: “Impro- rogabili necessità obbligano 'Gazzetta' lanciare subito Giro Italia. Ritorna Mila- no. Tullo”. I fatti e le spiegazioni, diret- tamente dalle parole del futuro patron: “Il giorno dopo Costamagna ed io, ci tro- vavamo in Via della Signora n. 2, sede del nostro giornale. Cosa era accaduto? Semplice: il nostro amico comune Ange- lo Gatti, detto “Micio”, era venuto a sa- pere che il “Corriere della Sera” desi- derava lanciare con il Touring Club e la Bianchi, il Giro d'Italia ciclistico, sulla traccia del Giro di Francia. Gatti, già da molti anni “viaggiatore e riferimento” della Bianchi, dopo il lancio della sua , era ai «ferri corti» con la casa di via Nino Bixio, in particolare con Gian Ferdinando Tommaselli, il grande pistard che era divenuto il direttore dell’azienda e “Micio”, fu ben lieto di farla al “nemico”, svelando a Morgagni i piani per il lancio del Giro. Quando Tullo ci narrò il tutto, ci disse anche che aveva preso la decisione di far uscire, per il giorno seguente, con un titolo a 7 colonne, che la Gazzetta dello Sport, avrebbe organizzato il primo Giro d’Italia nel 1909. Ci mise di fronte ad un fatto pressoché compiuto. Noi ne fummo contenti e ci rimboccammo le mani per trovare i quattrini”. Il 7 agosto 1908, la Gazzetta uscì come deciso dalla riunione dei tre. Il Giro d’Italia era dunque na- to, ma per giungere alla sua costruzione reale di strada se ne doveva ancora percorrere. Ancora la testimonianza di Cougnet (nella foto accanto in dialogo con Tullo Morgagni) : “Fu l'amico Primo Bongrani a trarmi dall'im- piccio, egli fu poi il primo vio- lino di spalla nell'organizzazione del Giro, suggerendomi di fare come le banche: chiedere agli al- tri i soldi che non avevamo. Co- sì, il bravo Bongrani, prese un mese di licenza alla Cassa Ris- parmio ove era ragioniere, e si mise in campagna a favore del Giro d'Italia, bussando a tutte le porte. L'aiuto più fattivo ci per- venne proprio dal “Corriere del- la Sera” che, fatto buon viso a cattiva sorte, offrì il primo pre- mio della classifica generale: 3000 lire. Mancava ancora un foglio da mille a coprire la dota- zione dei premi; l'ultimo colpo fu dato dall'ingegner Sghirla in occasione della Milano-Sanremo e il Casino Municipale saldò lo scoperto. Eravamo a cavallo, ben assestati in sella per la partenza del Giro che fu data il 13 di mag- gio 1909 alle 2.53 del mattino, da Vittorio Cavanenghi presidente dell'UVI dal Rondò di Loreto”.

Il percorso individuato e lo start. Disegnare il Giro provocò poche discussioni interne alla Gazzetta dello sport, c’era il Tour de Fran- ce come modello e le strade da scegliere non erano molte. In più, non guardando troppo alla lun- ghezza delle singole frazioni, per l’inesistenza di regolamenti precisi e per la non ancora avvenuta maggior attenzione all’umanizzazione di una corsa di tal tipo, l’unione fra le città scelte per le par- tenze e gli arrivi delle singole frazioni non creò grossi grattacapi. Il Tour fu imitato proponendo otto tappe non consecutive, per permet- tere quelle giornate di riposo atte a far recuperare i corridori dalle diffi- coltà di prove su strade che oggi ris- chierebbero di non essere scelte nemmeno per proporre ciclocross. Da Milano si doveva partire, la Gaz- zetta era lì che aveva la sede, ed a Milano si doveva arrivare. Furono così scelte come sedi d’arrivo e con- seguente ripartenza le città di Bolo- gna, Chieti, Napoli, Roma, Firenze, Genova e Torino, dalla quale sareb- be partita l’ultima frazione per il de- finito traguardo di Milano. La data di partenza del Giro fu prevista per il 13 maggio e la conclusione il 30 del medesimo mese 1909. I chilo- metri complessivi di corsa 2448, per una media di tappa di 306.

Il quadro delle tappe e la planimetria del 1° Giro d’Italia Data Tappa Km 13 maggio 1909 Milano-Bologna 397 16 maggio 1909 Bologna-Chieti 379 18 maggio 1909 Chieti-Napoli 243 20 maggio 1909 Napoli-Roma 228 23 maggio 1909 Roma-Firenze 347 25 maggio 1909 Firenze-Genova 294 27 maggio 1909 Genova-Torino 354 30 maggio 1909 Torino-Milano 206

Alla composizione del Giro, seguì la più complicata opera di diffusione delle notizie per richiamare i corridori, anche perché, il ciclismo su strada, non era ancora radicato in taluni paesi e le comu- nicazioni di quei tempi non erano certo veloci. In più, insisteva una diffusa concorrenza fra gli orga- nizzatori del periodo che consideravano i corridori partecipanti come vessilli per far dare un senso ancor più grande al loro sforzo. In altre parole, spesso, chi pedalava era spinto oltre, da mance sup- plementari che non significavano vere è proprie esclusive, ma rarefazioni di attività sicuramente. Ed infatti questi atteggiamenti sotterranei fecero capolino, come vedremo più avanti. Ciononostante, l’azione della Gazzetta ed il supporto interessato delle aziende produttrici di biciclette, nel pub- blicizzare la nascita di questa nuova corsa a tappe nazionale, fu più che positivo. Le prime iscrizioni giunsero al giornale pochi mesi dopo l’annuncio. Il primo ad iscriversi, colui al quale sarebbe stato destinato il numero “1”, fu Felice Peli, figlio di Isidoro e di Rosa Ostelli, nato a Sarezzo di Brescia, l’11 novembre 1889 e domiciliato nella frazione di Zanano, in via S. Martino n. 10. Ma dopo questo giovane combattivo - come il Giro dimostrerà anche se non concluderà la prova - furono davvero in tanti ad aderire. Ben 165 finirono nell’elenco degli iscritti, almeno una cinquantina il più delle pre- visioni più ottimistiche, e fra questi, oltre a tutti i più forti corridori italiani, anche gli assi stranieri inseriti nella formazione francese dell’Alcyon, un vero e proprio carro armato del movimento ci- clistico di quei tempi. La Gazzetta però, nell’ambito della campagna pubblicitaria convinse il corri- dore italiano più famoso nel mondo, il milanese Romolo Buni, essenzialmente un pistard, nato il 18 maggio 1871, quindi già trentottenne a da quasi quattro anni praticamente fermo, ad iscriversi, per fungere appunto da specchietto della manifestazione (ed infatti si ritirò nel corso della seconda tappa). Come dire che l’odierno Zomegnan, con l’odierno Armstrong, ha copiato 100 anni dopo, ciò che fece Cougnet nel 1909 con Buni. Gli sportivi amanti delle risultanze agonistiche, ovviamente si augurano che la “riproposizione” abbia risultati diversi….. All’indomani della Sanremo, corsa vinta alla grande da , che annichilì tutti i più forti ciclisti mondiali, a cominciare da Georget, Van Hauvaert e Faber, nella quale gli echi del Giro an- nunciato, non furono inferiori alle essenze di quella manifestazione, Henri Desgrange, il Signor Tour de France, iniziò a temere seriamente quel Giro non ancora nato. I protagonisti della non an- cora definita Grande Boucle, potevano aprirsi troppo alla nuova corsa, l’avrebbero impreziosita im- mediatamente e, senza “gavetta” alcuna il Giro d’Italia, avrebbe potuto ergersi ad un trono troppo vicino al Tour. Iniziò così a fare pressioni sull’Alcyon, ed anche se questo atteggiamento per alcuni è leggenda, nessuno potrà rispondere con altre motivazioni a quella che poi diverrà la troppo grande e strana coincidenza: i corridori della grande formazione transalpina, praticamente la crema del ci- clismo su strada più consolidato, dopo l’iscrizione, non sui presentarono alla punzonatura prevista per il 12 maggio presso l’Albergo Loreto di Milano. Dei 165 iscritti, coloro che punzonarono e par- tirono furono 128. Fra questi anche il forlivese Attilio Zavatti, detto “e Biundì”, che poi si com- porterà bene, finendo il Giro al 14esimo posto, dopo diversi piazzamenti nei primi dieci di tappa.

Ecco il panorama completo delle operazioni svolte al Loreto: iscritti e partenti.

Numero di gara - Corridore 1 PELI Felice (Ita) 33 GHEZZI Giuseppe (Ita) 3 SONETTI Alberto (Ita) 34 ROSSIGNOLI Giovanni (Ita) 5 SACCHI Gino (Ita) 36 BRESCIANI Ernesto (Ita) 6 FERRARI Ernesto (Ita) 37 CORADINI Raffaele (Ita) 7 BRAMBILLA Giuseppe (Ita) 39 FORTUNA Mario (Ita) 9 GERBI Giovanni (Ita) 40 LAMPAGGI Piero (Ita) 10 PROVINCIALI Andrea (Ita) 41 GRANATA Vincenzo (Ita) 11 GOI Sante (Ita) 42 BENI Dario (Ita) 12 CUNIOLO Giovanni (Ita) 43 CELLI Ottorino (Ita) 13 MOLINA Pietro (Ita) 47 CARINI Gino (Ita) 14 CHIODI Luigi (Ita) 48 PESCE Mario (Ita) 15 MAIRANI Carlo (Ita) 49 BACCHILEGA Alvaro (Ita) 16 MASSIRONI Andrea (Ita) 51 ALLAIS Mario (Ita) 17 AZZINI Ernesto 53 GATTI Luigi (Ita) 19 GANNA Luigi (Ita) 54 GIOVANNI A. (Ita) 20 MICHELETTO Giovanni (Ita) 55 MARCHESE Giovanni (Ita) 21 MAGNI Annibale (Ita) 56 DI MARCO Guido (Ita) 25 BRUSCHERA Mario (Ita) 57 STEVANI Giovanni (Ita) 26 PAVESI Eberardo (Ita) 58 LODESANI Guglielmo (Ita) 27 CARATI Eugenio (Ita) 59 BRASEY Canzio (Ita) 28 GALETTI Carlo (Ita) 60 ZAVATTI Attilio (Ita) 29 DANESI Battista (Ita) 61 MANUZZI Domenico (Ita) 30 MILANO Domenico (Ita) 62 CERVI Giovanni (Ita) 31 CANEPARI Clemente (Ita) 63 TROUSSELIER Louis (Fra) 32 RABAIOLI Guido (Ita) 64 POTTIER André (Fra) 65 DECAUP Maurice (Fra) 136 CARCANO Camillo (Ita) 67 COCCHI Giovanni (Ita) 140 ERBA Ambrogio (Ita) 68 ORIANI Carlo (Ita) 141 FERRI Luigi (Ita) 69 GAJONI Mario (Ita) 142 ROTA Luigi (Ita) 71 PETIT-BRETON Lucien (Fra) 143 AZZINI Luigi (Ita) 72 FERRARI Vandre (Ita) 144 ROSCIO Emilio (Ita) 73 COMO Luigi (Ita) 145 MORETTI Angelo (Ita) 74 CECCARELLI Umberto (Ita) 152 FERRARI Domenico (Ita) 75 CAVALOTTI Aristide (Ita) 153 GAMBERINI Ildebrando (Ita) 76 BOLZONI Faccio (Ita) 154 DELLA VALLE Davide (Ita) 77 JACOMINO Umberto (Ita) 155 BORGARELLO Vincenzo (Ita) 78 MARTANO Luigi (Ita) 157 VITALI Ernesto (Ita) 79 SANNA Agostino (Ita) 158 HELLER Henry (Ita) 80 CASTELLACCIO Raffaele (Ita) 163 GUZETTI Pietro (Ita) 81 CORLAITA Ezio (Ita) 166 BELLONI Amleto (Ita) 82 MAGAGNOLI Angelo (Ita) 85 VACCHI Renzo (Ita) Iscritti, ma non punzonanti: 86 SABBAINI Ottorino (Ita) 2 GHIRARDINI Guido (Ita) 87 DE ROSSI Angelo (Ita) 4 VENTURINI Gaetano (Ita) 88 ROTONDI Antonio (Ita) 8 NECCHI Pierino (Ita) 89 MAGRINI Guido (Ita) 18 GARAVAGLIA Giuseppe (Ita) 90 PAZIENTI Alessandro (Ita) 22 GARLASCHELLI Ettore (Ita) 91 SECCHI Mario (Ita) 23 FINETTO Indo (Ita) 92 JACOBINI Alfredo (Ita) 24 SITIA Vittorio (Ita) 93 CASALE Giovanni (Ita) 35 MATTEONI Guido (Ita) 94 PAVESI Giuseppe (Ita) 38 GHIRONI Emilio (Ita) 95 CASTELLINI Senofonte (Ita) 44 MOSCHETTI Luigi (Ita) 96 NANNI Enrico (Ita) 45 CALORE Cesare (Ita) 97 BERTARELLI Attilio (Ita) 46 LEONE Luigi (Ita) 98 SALA Enrico (Ita) 50 BERTHIER Eugène (Fra) 99 CARENA Giovanni-Battista (Ita) 52 CIQUITO Anselmo (Arg) 100 COLOMBO Giovanni (Ita) 66 NEDELA Iwan (Rus) 101 OSNAGHI Cesare (Ita) 70 DELLA VALLE Mario (Ita) 102 LISSONI Pasquale (Ita) 83 PAWKE Otto (All) 103 LONATI Mario (Ita) 84 STABE Eugen (All) 104 POZZI Ferruccio (Ita) 107 EMME Gino (Ita) 105 CELERINO Giuseppe (Ita) 112 BORTOLOTTI Alfredo (Ita) 106 SACCO Alessandro (Ita) 123 POMONI Alberto (Ita) 108 ANZANI Giuseppe (Ita) 127 IDRAFFUS Lorenzo (Ita) 109 GALBAI Giuseppe (Ita) 135 DILDA Giuseppe (Ita) 110 GAMBATO Egidio (Ita) 137 ZANZOTTERA Cesare (Ita) 111 RHO Augusto (Ita) 138 CITTERA Domenico (Ita) 113 MODESTI Giulio (Ita) 139 LAZZARONI Alfredo (Ita) 114 PERNA Giuseppe (Ita) 146 VAN HAUWAERT Cyrille (Bel) 115 CIOTTI Giovanni (Ita) 147 FABER François (Lux) 116 JACCHINO Giuseppe (Ita) 148 GARRIGOU Gustave (Fra) 117 BRENTA Edoardo (Ita) 149 DUBOC Paul (Fra) 118 FARAVELLI Ugo (Ita) 150 BROCCO Maurice (Fra) ("Jules") 119 NOVARESI Alessandro (Ita) 151 ROBERTI Cesare (Ita) 120 TOMARELLI Azeglio (Ita) 156 PIASINI Umberto (Ita) 121 CANEPARI Leone (Ita) 159 DORTIGNACQ Jean-Baptiste (Fra) ("Jacques") 122 MALATESTA Guglielmo (Ita) 160 LIGNON Henri (Fra) ("Ninon") 124 GALOPPINI Arnolfo (Ita) 161 BARROY Georges (Fra) ("Pierre") 125 BALDI Antonio (Ita) 162 MENAGER Constant (Fra) ("Caliste") 126 SCOLARO Antonio (Ita) 164 LORGEOU Georges (Fra) ("Lypdgy") 128 ZULIANI Romeo (Ita) 165 GEORGET Emile (Fra) ("Gingdt") 129 CALVI Giuseppe (Ita) 130 FUMAGALI Carlo (Ita) 131 SPIRITELLI Luigi (Ita) 132 PETRINO Alberto (Ita) 133 BUNI Romolo (Ita) 134 BANFI Alfredo (Ita) La partenza Dopo la punzonatura svoltasi, come detto, presso l’Albergo Loreto dalle 13 alle 18 del 12 maggio, ai corridori non rimaneva molto tempo per dormire, perché l’appuntamento di partenza era per le 2.30 del mattino del 13, giovedì. Alle 2.53, i 128 partenti furono incolonnati fra le due ali di folla che si era riversata, oltre ogni previsione, su Corso Bue- nos Aires. Gli organizzatori furono messi alla prova perché lo start era tutto ben diverso dall’immaginato, e gli stessi ghisa milanesi, addetti all’ordine, ebbero il loro bel daffare. In un chiasso assordante, fatto di inni verso quegli idoli molti dei quali si stu- pivano di essere tali e dove non era facile distinguere il rombo dei motori delle auto al seguito, il Giro alle 3.00, partì. Prima del via, che vide l’italo inglese Gilbert Marley, il più fa- moso cronometrista dell’e- poca nelle vesti di mossie- re, il cavalier Carlo Cava- nenghi, presidente della U- nione Velocipedista Italia- na, tenne un breve dis- corso. La prima auto della carovana, imbandita come un piatto di bandiere rosse con fascia rosa, che fungeva praticamente da “apri corsa” fu la “Zust” del direttore de “La Gazzetta dello Sport, Camillo Costamagna. A lui sarebbe spettato il compito di scrivere i primi editoriali direttamente dal Giro, che, come aveva già annunciato in redazione, avrebbe firmato con lo pseudonimo di “Magno”. Nella medesima Zust del direttore, si sedette l’av- vocato Pilade Carozzi, vice presidente dell’UCI. La seconda auto, proprio una Bianchi, guidata dal gran capo delle già popolari biciclette celesti, l’ex grande pistard più volte tricolore ed iridato nel tandem, Gian Ferdinando Tomaselli, era dimora dei rappre- sentanti delle case ciclistiche in gara. Nella terza auto, l’ultima, prima delle avanscoperte del gruppo dei ciclisti, una Itala messa a disposizione dalla Pirelli, il direttore di corsa Armando Cougnet, ed i colleghi giornalisti al seguito della corsa.

Prima tappa: Milano-Bologna di 397 km. Dopo appena un chilometro e mezzo dallo start di Piazzale Loreto, una caduta pressoché generale probabilmente dovuta all’oscurità che aveva reso troppo ritardata la visione di un paletto, provocò un primo doloroso sconquasso al Giro: da quel mucchio di biciclette e uomini a terra, l’unico che non riuscì a ripartire, più che per le conseguenze sul proprio corpo, per l’inutilizzabilità del mezzo, fu il “Diavolo Rosso” Giovanni Gerbi, l’italiano più accreditato e famoso, anche se da qualche mese in calo di prestazioni. Il piemontese disperato ha la fortuna di trovarsi non distante da un’officina della Bianchi e, dopo aver tirato giù dal letto un meccanico, anch’egli riuscì a ripartire, perdendo però tre ore e mezzo, quindi possibilità di classifica compromesse, tanto più col sistema scelto per la classifica del Giro, ovvero all’assegnazione di punti, da vedere co- me penalità, fra chi giungeva al traguardo. In sostanza, al primo, punto, al secondo due e al centesimo, cento. Ovviamente il vinci- tore finale avrebbe dovuto avere meno punti degli altri, ed un guaio nelle prime tappe, con più arrivati al traguardo, significava un accu- mulo di punti-penalità, via via meno facile da recuperare, proprio perché col passare delle tappe, per ritiri ed incidenti, di corridori ne sarebbero arrivati sempre meno. Gerbi (nella foto accanto) lo sape- va bene, ma ripartì ugualmente con grande ardore, anche se profon- damente ferito. A Bergamo, in coincidenza col sorgere del sole, al primo controllo che per molti significava anche rifornimento, erano in sei ad avere un leggero vantaggio sul grosso del gruppo e, pro- prio da lì, partì la prima raccolta di quelle notizie, che i giornalisti avrebbero a cadenza telegrafato alla sede della Gazzetta, dove, spe- cifici incaricati, le avrebbero poi esposte sulle vetrine della Lancia- Lyon Peugeot, in Piazza Castello a Milano. Un’informazione che poteva poi allargarsi a tutto quel territorio ed a quei punti coperti da telefono, chiamando il numero 33.68. Nei pressi di Peschiera, un altro sconquasso per il Giro. Lucien Mazan, detto e conosciuto da tutti come “Petit Breton” (nella foto sotto ), il favorito dei più alla vigilia, nell’intento di prodursi in una fuga, visto che aveva saputo della caduta di Gerbi, sbagliò una curva, finendo dritto contro una rin- ghiera. Rimasto a terra privo di sensi per qualche minuto, al risveglio rimontò in sella e nonostante la spalla destra lussata e le condizioni co- munque preoccupanti, riuscì dopo il dopo il passaggio sul ponte di bar- che del Po, a ritornare sul gruppo di testa, nel frattempo composto da poco più di venti unità. Nell’intorno dell’ultimo rifornimento di giorna- ta, nei pressi di Cento, il Trousselier, amico di Petit Breton e vincitore del Tour 1905, tentò più volte di anticipare la prevedibile volata, ma ogni suo tentativo fu vano. L’arrivo di Bologna, posto all’interno dell’Ippodromo Zappoli, in un caos di pubblico incredibile e con la comprensibile agitazione che coinvolgeva la stessa giuria, vide dunque l’epilogo di quella prima avventura, nelle vesti di uno sprint che il gio- vanissimo romano Dario Beni, fece suo con superiorità disarmante. Erano le 17 circa. del 13 giugno 1909.

Ordine d’arrivo: 1° Dario Beni (Ita) in 14h06’15” alla media di 28.148 kmh 2° Mario Pesce (Ita) 3° Carlo Galetti (Ita) 4° Luigi Ganna (Ita) 5° Louis Trousselier (Fra) 6° (Ita) 7° Attilio Zavatti (Ita) (forlivese) 8° Ernesto Azzini (Ita) 9° Giovanni Marchese (Ita) 10° Vincenzo Borgarello (Ita) (primo dei dilettanti).

Note: partiti in 128, arrivati in 114.

Seconda Tappa: Bologna - Chieti di 378 km Il 16 maggio, alla partenza della seconda tappa, fra i 17 ritiri che la frazione d’apertura aveva pro- dotto, il Giro fu costretto a registrare anche il forfait di Petit Breton. L’asso francese che al traguar- do di Bologna, sugli effetti confusionali della caduta di Peschiera, aveva dato in escandescenze e che aveva perdurato a lungo in quel suo status, ritornato in sé, si era dovuto ritrovare, nella più pie- na pesantezza, i postumi dell’incidente. Fasciato e con un braccio al collo, ripartì in treno verso la Francia. Come non bastasse, poco dopo le 4 del mattino, l’orario di partenza della frazione da Porta Mazzini in Bologna, a tappa appena iniziata, il Giro registrò il ritiro di un altro annunciato protagonista, Eberardo Pavesi (nella foto ac- canto ), non ancora “l’Avvocatt”. A fermarlo dopo un paio di chilo- metri la consapevolezza che una vecchia ferita, non voleva rimar- ginarsi. Continuò la corsa, invece, il Diavolo Rosso che, seppur ac- ciaccato ed ultimo in classifica, poté presto rinfrancarsi dal conti- nuo e festoso incitamento del tanto pubblico che la tappa incontrò sulla “Statale Adriatica”, palcoscenico quasi intero di giornata fino a Chieti. A Forlì, città di Tullo Morgagni (nella foto sotto ), uno dei padri del Giro, dove era posto il rifornimento, il gruppo iniziò a sgranarsi, preannunciando ritiri e ritardi superiori alle previsioni. L’Adriatico donò ai girini acco- glienze festose e numerose, alleviando un poco le fatiche. Nel pes- carese e nell’anconetano si misero in luce particolarmente il giova- ne Peli, Marchesi e un redivivo Gerbi, ma fu il di questi acerrimo rivale, il tortonese , a mostrarsi particolarmente in forma. Ed infatti, dopo aver bellamente superato l’handicap della ruota anteriore sgonfiatasi in quel di Pescara e resa meno grave dalla fermata del gruppo per un passaggio a livello chiuso, il pie- montese diede vita, sull’ascesa finale della “Colonnetta”, ad un ve- ro e proprio duello col sempre più convincente varesino Ganna. I due, precedendo il gruppo dei migliori sgranati di qualche decina di metri, giunsero appaiati all’ultima curva. Ad un centinaio metri dal traguardo di Chieti, di posto in via Herio, Cuniolo (nella foto ac- canto all’ordine d’arrivo ) affondò il suo sforzo e vinse con un paio di lunghezze sul varesino che si poteva però consolare col primo posto nella classifica generale. Terzo ad una quarantina di metri il francese Trousselier, sempre battagliero, ma, come vedremo, sfortunato.

Ordine d’arrivo: 1° Giovanni Cuniolo (Ita) Km 388 alla media di 26.6128 kmh 2° Luigi Ganna (Ita) 3° Louis Trousselier (Fra) 4° Ernesto Azzini (Ita) 5° (Ita) 6° Mario Bruschera (Ita) 7° Vincenzo Borgarello (Ita) 8° Carlo Galetti (Ita) 9° Giovanni Gerbi (Ita) 10° Andre Pottier (Fra)

Classifica : 1° Luigi Ganna (Ita) punti 6, 2° Louis Trousselier (Fra) p. 8, 3° Ernesto Azzini p. 11

Note: partiti in 111, arrivati 98. Terza Tappa: Chieti - Napoli di 242 km Il 18 maggio, con la partenza ad un orario più umano, le 6.40 del mattino, i girini da Chieti parti- rono alla volta di Napoli. Una tappa più corta, “solo” 242 chilometri, con un primo assaggio di montagne, diverse dagli strappi della frazione precedente. Stavolta il colpo di scena iniziale, non coinvolse corridori di fama, ma tre corridori meno conosciuti: Andrea Provinciali, Vincenzo Gra- nata e Guglielmo Lodesani. I tre durante la tappa precedente, trovandosi in ritardo, pensarono di recuperare attraverso il…treno. Salirono alla stazione di Ancona e scesero a Grottammare, perché lì era previsto un controllo. Sen- nonché, in quel treno, c’erano alcuni giudici che stavano trasferendosi da Bologna a Chieti e che riuscirono ad individuarli, attraverso le fotografie che erano state scattate a tutti i partecipanti durante la punzonatura di Milano. Ovviamente furono estromessi e la comunicazioni giunse loro, anche per sviluppare un ammoni- mento per tutti, durante le fasi preliminari della partenza da Chieti Scalo. Provinciali, milanese, il più noto dei tre (nonché colui che poi continuerà a correre fino al 1918), andò di nuovo verso la sta- zione per tornare a casa, mente Lodesani e Granata continuarono fuori gara, perché il regolamento lo concedeva. Le temute salite, quella di Roc- ca Pia, di Rionero Sannitico e del Valico del Macerone, crea- rono una grossa selezione, ma non fra i più forti, bensì fra coloro che già avevano in testa il pensiero del ritiro, o non ave- vano doti sufficienti per affron- tarle. Fra questi, il torinese Pesce, un velocista che era finito secondo nella tappa inaugurale, ebbe addirittura un malore. Fra i trenta-trentacinque di tes- ta, la selezione o i cedimenti, furono soprattutto di mera sfor- tuna. Ganna forò quattro volte e, for- se solo il fatto che vi fossero salite, gli consentì di non nau- fragare. Cuniolo, invece, si tro- vò costretto al ritiro per la rottura di un tendine della cavi- glia destra. Lungo i primi chilometri di pianura dopo il Macerone, a circa novanta dall’arrivo, Carlo Galetti affondò il tentativo so- litario. Ad inseguirlo, un sempre più convinto Giovanni Rossignoli e, più staccati, Clemente Cane- pari e Ottorino Celli. In mancanza di salite, le im-possibili strade della zona, unite alla sovente presenza di mucche (nella foto sopra ) che dal pascolo si portavano sulla carreggiata, si mostrarono difficoltà sufficienti per frazionare ulteriormente i corridori. Nel finale, mentre davanti Galetti veniva raggiunto da Rossignoli e Canepari, Celli, nel pieno dello sforzo per rientrare sui primi, sbandò più volte, fortunatamente senza cadere, per la presenza sulle strade di bambini che giocavano e di tanti cani. Ed il romano, da solo, sembrò veramente un rife- rimento per gli amici dell’uomo… L’arrivo a Napoli-Capodichino (nella foto accanto all’ordine d’arrivo, l’istantanea delle fasi dopo l’evento avvenuto ) fu un monologo di Rossigno- li (nella foto accanto ), che, partito lun- go, seppe poi controllare con facilità il ritorno di Galetti, che si consolò con la conquista della testa della classifica. Più staccati, Clemente Canepari e il “nemico dei cani” Ottorino Celli.

Ordine d’arrivo: 1° Giovanni Rossignoli (Ita) in 09h28’40” alla media di 25,560 kmh 2° Carlo Galetti (Ita) 3° Clemente Canepari (Ita), 4° Ottorino Celli (Ita) 5° Giovanni Gerbi (Ita) 6° Louis Trousselier (Fra) 7° Giovanni Micheletto (Ita) 8° Carlo Oriani (Ita) 9° Enrico Sala (Ita) 10° Piero Lampeggi (Ita)

Classifica : 1° Carlo Galetti (Ita) p.13, 2° Louis Trousselier (Fra) p.14, 3° Luigi Ganna (Ita) p. 16

Note: partiti in 98, arrivati 73.

Quarta Tappa: Napoli - Roma di 228 km La frazione del 20 maggio univa due città dense di storia e di fascino, abbastanza per essere molto attesa. Anche per gli organizzatori, che temevano le resse di pubblico e qualche deviazione non vo- luta. Le premesse di tensione del mattino napoletano, non si smentirono, a causa dell’ennesima es- pulsione. Stavolta il protagonista rispondeva al nome di Giuseppe Brambilla, un varesino di Gorla Maggiore, spesso piazzato nel 1908 e nelle prime gare del 1909. Uscito di corsa per il ritiro dovuto a caduta, proprio nella tappa che giungeva a Napoli, aveva deciso di continuare fuori gara, come il regola- mento consentiva, ma quando si stava per unire alla carovana, si vide notificare dalla giuria una squalifica antecedente l’incidente che l’aveva fatto abbandonare. In sostanza gli veniva contestato il medesimo trucco che aveva portato, a Chieti, l’estromissione dei tre colleghi. Brambilla prese molto male quella decisione, in fondo era già fuoriuscito di classifica e, venuto a sapere che il tutto era nato da una spiata di un meccanico, pensò alle vie spicce e ci volle la forza pubblica per bloccare, con il fermo del corridore, una rissa ormai scontata. La partenza, sedata la tensione creata attorno a quel caso, si svolse normalmente e senza i temuti al- tri inghippi, mentre la tappa, coi suoi 228 chilometri senza particolari difficoltà altimetriche, fu in- vece subito movimentata da un immediato attacco del “Diavolo Rosso” Gerbi che, unito ai Sali- scendi del casertano e allo stato delle strade, provocò un frazionamento notevole dei corridori. Al ri- fornimento di Valmontone, davanti erano rimasti in sei: Gerbi, Canepari, Ganna, Rossignoli, Oriani, Gerbi e Celli, che ci teneva a far bene, visto che si giungeva a casa sua.

Una fase della tappa Napoli Roma Dietro, intanto, non si contavano gli imprevisti e le forature: soprattutto al francese Trousselier (nella foto accanto ), le cui gomme parevano suc- chia-chiodi, ma anche lo stesso Chiodi, per la beffarda ironia dell’agnomen, fu costretto a dis- perarsi in inseguimenti suppletivi per colpa dei suoi omonimi, mentre Galetti, non in grande giornata, si trovò la foratura proprio sullo strappo di Ferentino e questo gli complicò non poco il

prosieguo.

Quando il Giro arrivò nell’interland di Roma, le complicazioni organizzative, giunsero al loro massimo: la folla enorme, in parte do- vuta al Giro, ed in parte ad una manifes- tazione vaticana (foto accanto ), creò impos- sibilità d’intervento efficace nella pubblica sicurezza. Fortunatamente, il gruppo s’era ulteriormen- te selezionato ed il pericolo di cadute, mino- re. Intanto in testa erano rimasti in due: “el Lui- son” Ganna, ed il giovane “el Pucia” Carlo Oriani. Al loro inseguimento Clemente Cane- pari e “Buslott” Rossignoli, che non riusci- ranno però a raggiungere i due fuggitivi. La volata per la vittoria, fu un gioco da ra- gazzi per il varesino, che conquistò anche la testa della classifica.

Ordine d’arrivo: 1° Luigi Ganna (Ita) in 8h31’56” alla media di 26,722 kmh 2° Carlo Oriani (Ita) 3° Giovanni Rossignoli (Ita) 4° Clemente Canepari (Ita) 5° Carlo Galetti (Ita) 6° Vincenzo Borgarello (Ita) 7° Mario Fortuna (Ita) 8° Louis Trousselier (Fra) 9° Dario Beni (Ita) 10° Giovanni Gerbi (Ita)

Classifica: 1° Luigi Ganna (Ita) p.17, 2° Carlo Galetti (Ita) p.18 , 3° Giovanni Rossignoli (Ita) p.22

Roma – L’attesa dell’arrivo Note: partiti in 72 e arrivati 65.

Quinta Tappa: Roma – Firenze di 346,5 km Anche se i corridori lo conobbero dopo, perché già in corsa verso Firenze, domenica 23 maggio se- gnò un momento importante per la popolarizzazione del Giro: Il settimanale “La Domenica del Cor- riere” uscì al prezzo popolare di 10 centesimi, con un ampio servizio sulla prima corsa nazionale a tappe. Si trattava di una pubblicazione particolare, illustrata, che si basava sui dipinti di un giovane pittore, Achille Beltrame, allievo del grande Francesco Hayez . Grazie alla capacità distributiva del settimanale in ogni angolo d’Italia, i dipinti del Beltrame (qui sotto quello di testata ), su un argo- mento come il primo Giro d’Italia, giunsero alle masse degli italiani.

La tappa che univa la capitale e l’ex capitale, di 346,5 chilometri, segnava un passo di notevoli dif- ficoltà, per il suo percorso estremamente ondulato. Per i 63 corridori in corsa, di nuovo una levatac- cia, con partenza alle 4 del mattino e la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una frazione sulla quale un guaio più grosso dei soliti, avrebbe potuto provocare l’abbandono del Giro. Dopo una cin- quantina di chilometri fu il secondo arrivato di Roma “el Pucia” di Cinesello Balsamo Carlo Oriani, ad aprire il festival delle forature. Al rifornimento di Narni, invece, abbandonò la corsa il giovane e brillante piemontese Vincenzo Borgarello. Quan- do i girini raggiunsero le rive del Trasimeno, ini- ziò il calvario del francese Louis Trousselier (nel- la foto accanto ), un gran corridore a cui, proprio per un conto aperto con la sfortuna, il Giro fino a quel momento, non aveva ancora riservato risposte all’indubbio talento. Una foratura dopo l’altra, ste- sero la resistenza più psicologica che fisica del francese e, con lui, anche quella del compagno di squadra Andrè Pottier, che lo aspettava ad ogni colpo di malasorte. All’ennesimo ricongiungimento coi primi avve- nuto, nei pressi di Arezzo, la bicicletta di Trous- selier si ruppe in maniera ben più seria. Un guasto al mozzo della ruota posteriore, costrinse Louis ed il fido Andrè, ad una fermata troppo lunga per convincerli a proseguire il Giro. I due termine- ranno poi la tappa lontanissimi dai primi, con la convinzione di passare i giorni seguenti a girare privatamente l’Italia, cercando di trovare qualche pulzella, di cui, proprio Trousselier, era notoria- mente cacciatore. Sulle strade del Valdarno, si compì l’azione decisiva della tappa: in avanti, più pimpanti che mai, Ganna e Rossignoli, sui quali a stento e con continui inseguimenti, restarono Ernesto e Luigi Azzi- ni, il sempre presente e silenzioso Galetti, il granatiere Corlaita, il torinese Luigi Chiodi (un tipo dalla smorfia che sapeva portare i riccioli dei baffi, a fare il solletico alle occhiaie), così bravo lungo la frazione, ad esorcizzare l’agnomen, nonché quel Piero Lampeggi, al quale, le diverse forature, avevano messo le ali. Ad una decina di chilometri da Fi- renze si materializzò il colpo di sce- na, il tubolare anteriore del leader Ganna, si bucò (foto accanto ). Il va- resino, fra imprecazioni inenarrabili e necessità, riparò il guasto al più presto, mentre gli altri, davanti, fe- cero di tutto per aumentare l’an- datura. Ma la loro, non era nulla al cospetto di quella del campione feri- to, che si lanciò in un inseguimento da annali (del quale, entusiasta, parlerà anche Cougnet, nei suoi resoconti), ritornò sui primi a poche centinaia di metri dal traguardo posto sul Velodromo delle Cascine, e proseguì la progressione su- perando tutti allo sprint. I fiorentini che avevano invaso l’anello impazzirono d’ammirazione. Per Ganna si trattò del secondo successo al Giro, ed un consolidamento del suo primato in classifica.

Ordine d’arrivo: 1° Luigi Ganna (Ita) in 12h51’45” alla media di 27,00 kmh 2° Carlo Galetti (Ita) 3° Ezio Corlaita (Ita) 4° Ernesto Azzini (Ita) 5° Enrico Sala (Ita) 6° Giovanni Rossignoli (Ita) 7° Luigi Chiodi (Ita) 8° Clemente Canepari (Ita) 9° Luigi Azzin i(Ita) 10° Piero Lampeggi (Ita)

Classifica: 1° Luigi Ganna (Ita) p.18, 2° Carlo Galetti (Ita) p.20 , 3° Giovanni Rossignoli (Ita) p.28

Note: partenti 63, arrivati 59 Sesta Tappa: Firenze - Genova di 294 km Il 25 maggio, alle cinque mezza del mattino, partì la sesta tappa del primo Giro d’Italia. Una fra- zione densa di trabocchetti iniziali e di qualche salita pedalabile, non “impossibile” anche per i mez- zi del tempo e poi, finalmente, dopo giorni quell’aria di mare che poteva far ricaricare le batterie per giungere a Milano. Infatti, come la frazione di Chieti, anche la Firenze-Genova, avrebbe proposto una strada statale di costa, in questo caso senza soluzione di continuità negli ultimi centocinquanta chilometri. Anche lo stato delle strade degli ultimi chilometri in teoria doveva presentarsi migliore della media del Giro. In parte fu così, ma era pur sempre quello che si vede nella foto qui sotto.

Dopo una cinquantina di chilometri, quando già il gruppo dei migliori si era formato, il giovane Fe- lice Peli, bresciano di Sarezzo, colui che portava il numero uno, si ritirò. La sua incredibile volontà, non aveva potuto superare la tremenda caduta della tappa precedente in discesa. Una trentina di chi- lometri dopo, anche il Diavolo Rosso Giovanni Gerbi, con entrambe le ginocchia fasciate dalle mille sventure di quel Giro fin lì consumato, metteva il punto sulla corsa e abbandonava. Non era stato prota- gonista agonistico, ma nella mente degli italiani che si ri- versavano sulle strade, dopo il pressoché immediato ri- tiro di Romolo Buni, il cuore ed il tifo maggiori erano stati per lui. Intanto, in testa, col l’arrivo lungo la riviera ligure ( nella foto accanto ), il leader Ganna, fu vittima dell’ennesima foratura che, in quella occasione, gli costò un discreto ri- tardo e quando capì che davanti erano rimasti i soli Ga- letti e Rossignoli, si concentrò esclusivamente sul terzo posto, che gli avrebbe garantito di mantenere la testa del- la classifica, per maggior numero di successi parziali, anche in caso di vittoria del piccolo, silenzioso e re- golarista milanese. Quando il duo di testa finì per essere perlomeno fuori dalla portata dei più, “el Luison” subì un’altra importante foratura, che lo costrinse a tirare fuori il medesimo inseguimento di Firenze, stavolta però solo per cogliere il terzo posto. E così fu. La vittoria nello sprint a due fu appannaggio, non senza una certa sorpresa, di Buslott Ros- signoli, che anticipò abbastanza bene “l’uomo cronometro” Galetti.

Genova – L’attesa e gli immancabili fiori della Riviera.

Ordine d’arrivo: 1° Giovanni Rossignoli (Ita) in 11h01’30” media 26,850 kmh 2° Carlo Galetti (Ita) 3° Luigi Ganna (Ita) a 13’57” 4° Ernesto Azzini (Ita) 5° Clemente Canepari (Ita) 6° Luigi Chiodi (Ita) 7° Ottorino Celli (Ita) 8° Dario Beni (Ita) 9° Piero Lampeggi (Ita) 10° Carlo Oriani (Ita)

Classifica: 1° Luigi Ganna (Ita) p.21, 2° Carlo Galetti (Ita) p.22, 3° Giovanni Rossignoli (Ita) p.29

Giovanni Rissignoli Note: partiti 59, arrivati 54.

Settima Tappa: Genova - Torino di 357 km Il 27 maggio, il Giro segnò il suo penultimo atto. Alla partenza da Genova, sulla mente e sul corpo dei cinquantun corridori rimasti in corsa, persistevano pensieri pesanti: l’obiettivo di giungere a Mi- lano, doveva fare i conti con una stanchezza che rasentava la pazzia, con una pelle martoriata e bol- lente di bruciori e con la consapevolezza che la tappa che s’apprestavano ad affrontare, era lunga e difficile. Come se non bastasse, l’orario di partenza, le 3 del mattino, ancora una volta ai limiti del pericolo, non donava quei bagliori d’alba sui quali s’erano ormai abituati, giusto per aggrapparsi a qualcosa. Col buio e quelle torce che chiamarle così, rappresen- tava palpabile fantasia, era persino difficile trovare la strada giusta. Fra i più forti, ai medesimi crucci, s’aggiungeva il pensiero che il piazzamento finale del Giro, significava premi equivalenti ad anni di lavoro ben pagato. E quello sdoppiarsi con se stes- si, se da un lato spronava, dall’altro spingeva alla prudenza, per non buttare al macero tutta la fatica che s’era fatta fin lì. Il leader Ganna, sapeva che il suo vantaggio era troppo risicato sull’aspirate tipo- grafo Galetti (nella foto accanto ) e non conforte- vole nemmeno sul terzo, il pavese “Baslott” Rossi- gnoli. Il sogno del varesino di diventare costruttore di bi- ciclette, passava necessariamente sull’esigenza di vincere, perché sul letto, scansando i dolori, erano proprio quelle lire in palio a farlo addormentare, grazie alla spinta di quelle conte che, nella compli- cazione di dover tenere tutto a mente, favorivano l’arrivo di Morfeo. Anche gli altri due erano ani- mati dagli stessi rical- chi, ed in più, per loro, c’era la necessità di in- ventarsi qualcosa per scalzare il varesino dal primato. Su quei vorti- ci di stanchezza e so- gni la tappa iniziò. Per oltre un centinaio di chilometri, nonos- tante le difficoltà del tracciato, a parte le so- lite immancabili fora- ture, non accadde nulla di particolare: solo gli scontati cedimenti da dietro (nella foto ac- canto e sotto due fasi di tappa ). Anche l’an- datura si mantenne re- golare e alla insegna della prudenza, al fi- ne di non disperdere importanti risorse per strada. All’incirca a metà gara, le iniziative del giovane Carlo Oria- ni, del tanto miste- rioso “mezzo fran- cese” Alberto Petrino e del milanese Gio- vanni Cocchi, favori- rono la fuga di un drappello di una quindicina di uomini. A Pinerolo, il gruppo di testa, sul quale vigilava un Ganna (nella foto sotto e accanto l’ordine d’arrivo ) attentissimo alle inizia-tive di Galetti e Rossignoli, si era ulteriormente limato di qualche unità. Il finale fu tutto un susseguirsi di prove di forza del leader, che rintuzzò ogni attacco e portò sul traguardo di Torino la sua vin-cente progressione. Nessuno fu capace di avvicinargli la ruota. Al posto d’onore “Buslott” Rossignoli e al terzo il silenzioso tipografo Carlo Galetti.

Ordine d’Arrivo: 1° Luigi Ganna (Ita) in 13h41’11” alla media di 25,865 kmh 2° Giovanni Rossignoli (Ita) 3° Carlo Galetti (Ita) 4° Clemente Canepari (Ita) 5° Luigi Chiodi (Ita) 6° Carlo Oriani (Ita) 7° Giovanni Cocchi (Ita) 8° Alberto Petrino (Ita) 9° Enrico Sala (Ita) 10° Ernesto Azzini (Ita)

Classifica: Luigi Ganna (Ita) p.22, 2° Carlo Galetti (Ita) p.25, 3° Giovanni Rossignoli (Ita) p.31

Note: partiti in 54, arrivati in 51

Ottava Tappa: Torino - Milano di 206 km Con una partenza umana, a Sole già alto sull’orizzonte est, domenica 30 maggio 1909, partì l’ottava ed ultima tappa del Giro. Il percorso decisamente facile, con la forza psicologica dettata della fatica finale, pronta ad alleviare le persistenti e gravi sofferenze, rese nei 53 partenti un’emozione nuova, ed una gaiezza ben visibile. Diverso era invece lo stato d’animo dei primi tre in classifica, teorica- mente tutti in grado di poter giungere a quel successo che rappresentava quattrini sufficienti, prima ancora della fama, a cambiare la loro vita. Ganna, col successo di Torino, aveva rafforzato il pri- mato di poco, perché Galetti, da bravo “succhiaruote” come qualcuno lo definiva, era sempre lì, vi- cinissimo, e lo stesso Rossignoli, ancora perfettamente in corsa. In fondo, per vincere o perdere quel Giro, fatto di punti come fossero penalità, bastava pochissimo e le forature, più che all’ordine del giorno, erano sincroniche ai minuti. La tappa che da Torino portava a Milano si dipanò spedita, a parte i soliti cedimenti da dietro, gran parte dei quali da considerarsi “miti consigli di soprav- vivenza”. Ma le emozioni non potevano finire a sciogliersi nella normalità e le forature, spesso tetre progenitrici di ansie, anche. Ed infatti, a circa due terzi di tappa, “El Luison” Ganna, forò. Davanti, l’andatura già forte, aumentò ancora e per il vare- sino il rientro si dipanò per chilometri e chilometri a costo di sforzi via via più sfibranti. La sua mala- sorte però, non era ancora finita, e quando stava per riconquistare il gruppetto di testa con Galetti e Buslott, una nuova foratura lo colpì. S’aprì per lui un ulteriore dramma, che, imbevuto di imprecazio- ni inenarrabili ed impronunciabili, non ebbe suffi- cienti forze per stenderlo. Sostituì il tubolare e ri- partì come una furia, ma il traguardo era troppo vi- cino per lasciare speranze di ricongiungimento. “El Luison” stava compiendo una nuova impresa, an- che se “quasi” certamente vana. Disperato, con una andatura superiore ai 35kmh (per quei tempi, quel- le strade ed i rapporti delle biciclette, roba strato- sferica!), stava rimontando alla grande verso l’im- possibile, quel “quasi” divenne una concreta possi- bilità. La sfortuna si compensò con la nemica, ma- terializzandosi in un passaggio a livello chiuso che bloccò i fuggitivi, in quel di Rho e per Ganna, i cui neri baffi a manubrio, erano divenuti dei marroni giavellotti d’equilibro fra la bocca aperta ed i fari degli occhi, riuscì poco dopo a rientrare sui primi. La volata dell’Arena fu un gioco da ragazzi per il comunque stanchissimo campione: si limitò a stare dietro, una volta tanto, alla ruota di Galetti. Vinse il giovane romano Dario Beni (nella foto accanto ), come nella prima tappa di Bologna, con uno sprint senza scampo per ogni altro. Galetti finì secondo e Ganna terzo. Il varesino, che per tutto il Giro, ave- va dato prove di forza mostruose, vinse la corsa e, con lei, i soldi per cementare quel futuro sincroni- co al mezzo che lo aveva tolto dai mattoni: la bicicletta. Alle gioie e alla festosità incredibili del mare di folla presente al Parco Trotter, s’unì il dram-ma di un ragazzo di Seregno, tal Enrico Nanni, che fra una sfortuna e l’altra ed il corpo progressivamente indebolito, giungendo fuori tempo massi- mo, si vide escluso dalla classifica finale, perdendo così quelle trecento lire di premio, che significa- vano sempre, ben oltre due stipendi mensili del patron Armando Cougnet.

Milano - L’epilogo della tappa finale del primo Giro d’Italia. Beni, davanti a Galetti e Ganna.

Ordine d’arrivo dell’ottava e ultima tappa del Primo Giro d’Italia.

Milano (Parco Trotter) 30 maggio 1909.

1° Dario Beni (Ita) in 06h54’55” alla media di 29,760 kmh 2° Carlo Galetti, 3° Liigi Ganna, 4° Carlo Oriani, 5° Luigi Azzini, 6° Luigi Chiodi, 7° Giovanni Rossignoli, 8° Ezio Corlaita, 9° Clemente Canepari, 10° Attilio Zavatti.

Note: Partiti 53, Arrivati 49

L’epilogo visto e disegnato da Beltrame

Classifica Generale Finale: 1° Luigi GANNA (Ita) 25.00 pt. in 89h 48' 14" alla media di 27.259 km/h 2° Carlo GALETTI (Ita) 27.00 pt. 3° Giovanni ROSSIGNOLI (Ita) 40.00 pt. 4° Clemente CANEPARI (Ita) 59.00 pt. 5° Carlo ORIANI (Ita) 72.00 pt. 6° Ernesto AZZINI (Ita) 77.00 pt. 7° Dario BENI (Ita) 91.00 pt. 8° Enrico SALA (Ita) 98.00 pt. 9° Ottorino CELLI (Ita) 117.00 pt. 10° Giovanni MARCHESE (Ita) 139.00 pt. 11° Luigi CHIODI (Ita) 141.00 pt. 12° Alberto PETRINO (Ita) 141.00 pt. 13° Piero LAMPAGGI (Ita) 157.00 pt. Clemente Canepari: un gran bel Giro il suo. 14° Attilio ZAVATTI (Ita) 157.00 pt. 15° Giuseppe CELLERINO (Ita) 164.00 pt. 16° Antonio ROTONDI (Ita) 166.00 pt. 17° Arnolfo GALOPPINI (Ita) 175.00 pt. 18° Giuseppe JACCHINO (Ita) 177.00 pt. 19° Ezio CORLAITA (Ita) 185.00 pt. 20° Domenico MILANO (Ita) 206.00 pt. 21° Angelo MAGAGNOLI (Ita) 208.00 pt. 22° Alessandro PAZIENTI (Ita) 221.00 pt. 23° Giovanni COCCHI (Ita) 221.00 pt. 24° Ildebrando GAMBERINI (Ita) 222.00 pt. 25° Ottorino SABBAINI (Ita) 224.00 pt. 26° Giulio MODESTI (Ita) 229.00 pt. 27° Luigi GATTI (Ita) 245.00 pt. 28° Cesare OSNAGHI (Ita) 245.00 pt.

Enrico Sala: il più giovane che finì il Giro. 29° Romeo ZULIANI (Ita) 246.00 pt. 30° Luigi AZZINI (Ita) 248.00 pt. 31° Mario FORTUNA (Ita) 255.00 pt. 32° Eugenio CARATTI (Ita) 265.00 pt. 33° Amleto BELLONI (Ita) 265.00 pt. 34° Guido DI MARCO (Ita) 274.00 pt. 35° Giuseppe ANZANI (Ita) 275.00 pt. 36° Guido MAGRINI (Ita) 281.00 pt. 37° Giovanni Battista CARENA (Ita) 282.00 pt. 38° Mario SECCHI (Ita) 284.00 pt. 39° Augusto RHO (Ita) 284.00 pt. 40° Mario LONATI (Ita) 284.00 pt. 41° Pasquale LISSONI (Ita) 284.00 pt. 42° Azeglio TOMARELLI (Ita) 285.00 pt. 43° Angelo MORETTI (Ita) 286.00 pt. 44° Giuseppe GALBAI (Ita) 290.00 pt. 45° Senofonte CASTELLINI (Ita) 291.00 pt. 46° Giovanni COLOMBO (Ita) 292.00 pt. 47° Emilio ROSCIO (Ita) 292.00 pt. 48° Luigi MARTANO (Ita) 292.00 pt. Attilio Zavatti: il forlivese che chiuse 14° 49° Giuseppe PERNA (Ita) 297.00 pt.

Ganna e Galetti festeggiati.

Il vincitore del 1° Giro d’Italia: Luigi Ganna Luigi Ganna, chiamato da ragazzetto “el Luisin”, divenne “el Luison”, perché la sua crescita lo por- tò ad essere alto e forte. Anzi, col fisico sempre più simile a quello di un granatiere. Era nato a In- duno Olona, il primo dicembre 1883, in una famiglia umile, tal- mente umile da non potersi permettere di tenerlo con sé, a lavora- re la terra. Non c’era pane per tutti. E così, “el Luisin”, divenne “Luison”, abbracciando l’apprendistato, o meglio il semi-garzo- naggio, che lo avrebbe portato ad essere “Magutt”, un muratore. Per legge del destino, non poteva fare quel mestiere, di lavoratore tra le pietre ed i cementi vicino a casa, ma a trasferirsi ogni giorno da Induno a Milano. C’era il treno, ma un po’ per il costo del bi- glietto, ed un po’ per la sua voglia di avventura, lui preferiva azze- rare quei cinquanta chilometri di distanza, col nuovo mezzo: una rudimentale bicicletta, o meglio il peggio di quello che, allora, era già un più che ovvio rudimentale strumento. E quei cento chilo- metri, fra andata e ritorno, li percorreva aggredendo e pensando a come fare, vistosi così bravo a pedalare, a far divenire quel movi- mento delle gambe, un modo per non vivere il futuro fra i calci- nacci. Pensava e pedalava, partendo all’alba ogni mattina e tor- nando ogni sera, armato di un altrettanto più che rudimentale fa- retto. L’unico sollievo, per non rendere sofferenza ulteriore a quelle natiche che combattevano con la durezza della sella, la spalmatura, a volte l’intero cuscinetto di una bistecca, da porre su quel cuoio duro come le pietre che usava nel cantiere. Poi, come d’incanto, superando via via quei pochi che incontrava lungo la giornaliera sconnessa strada più simile ad una mulattiera, capì che le corse in bicicletta potevano servirgli, per deviare da quel faticoso destino di Magutt. La barba cresceva già da tempo, ed i baffi erano già pronti e lunghi per darsi un tono su quel mezzo, nonostante tutto, sempre più piacente e si schierò ad una corsa, col medesimo strumento dei suoi viaggi giornalieri. Non disse nulla a casa, perché ben sapeva quanto babbo e mamma, non accettassero una simile pro- vocazione al destino di muratore. Gli andò bene a quella gara, idem ad una seconda. Sia chiaro, due piccole vittorie, un paio di salsicce e due salami come premi, ma sufficienti per spingerlo all’impos- sibile: iscriversi e partecipare al Giro di Lombardia per professionisti, ovviamente, sempre nella più piena clandestinità rispetto alla famiglia. Era il 12 novembre 1905, e lui in quel “Lombardia”, alla terza corsa della sua vita, finì terzo, dietro al famoso Gerbi, vincitore, e al già popolare Rossignoli, secondo. Mezz'ora dopo l'arrivo, mentre “el Luison”, per molti ancora “el Luisin”, stava lavandosi in un mastello nel cortile di un’osteria vicina all’arrivo, un tipo dell’organizzazione passò a conse- gnargli il premio: 18 lire! Una cifra davvero enorme, quasi tre volte il suo salario. Il ventiduenne Ganna, tornò a casa, disse tutto e le 18 lire convinsero imme- diatamente i genitori sull'opportunità di lasciare che il giovanotto facesse il corridore su quel “mezzaccio”. Macché “mezzaccio”, il giorno dopo, arrivò a casa un emissario della Bianchi, con un contratto di 200 lire al mese, per dieci mesi all’anno e, naturalmente, un mez- zo fiammante per correre. Iniziò così la carriera del Luison. Poderoso passista, più che discreto nei finali soprat- tutto quando poteva innestare la sua grande progres- sione. Forte in salita, in particolare su quelle non lun- ghissime, Ganna, imparò presto a vincere corse impor- tanti e a rendersi simpatico per la sua spontaneità, il suo vigore onesto e la grande disponibilità. Intanto, nel suo cuore e nella sua testa di uomo davvero molto in- telligente, covava il sogno di far presto a guadagnare per darsi un altro tono attorno alla bicicletta, la sua vi- ta: diventare costruttore. Ganna, vinse o si piazzò ogni volta che corse. Diventò presto un faro del movimento, perché erano proprio le corse importanti a stuzzicarlo oltre, per la gioia della gente che lo attendeva. Anche gli assi internazionali lo temevano, persino in Francia si fece vedere come un protagonista, giungendo quinto al Tour del 1908, pro- prio nei giorni in cui, in Italia, la Gazzetta dello Sport, annunciò di organizzare quel Giro che diverrà la sua svolta di vita. Ed il 1909 del Luison, si aprì con un successo irridente sugli avversari più forti del mondo: fu primo nella Milano-Sanremo, con un'ora e un minuto sul francese Georget. La vittoria gli rese 1.450 lire e lui fece i conti, perché c’era quel Giro d’Italia alle porte che gli poteva rendere una fortuna. Così fu: vinse il primo Giro della storia, che gli rese un guadagno complessivo di 23.947 li- re. Alla fine del 1909, Ganna, che nel frattempo era passato all’Atala per molti danari, aveva raccol- to qualcosa come 34.000 lire e lui si sentiva quasi un ricco. Già, era sempre spontaneo come quando appena tagliato il traguardo definitivo del Giro a Milano, alla domanda del primo giornalista che gli chiedeva un’impressione sul grande successo ottenuto, il vero Luison uscì compiutamente, ed in dialetto lombardo si limitò a dire: “Mi fa tanto male il culo”. Continuò a vincere, ma con meno attenzioni verso il ciclismo: si fece la casa, si sposò e aspettò il momento propizio per aprire la sua fabbrica di biciclette. Nel 1912, poco prima di vincere la “600 chilometri”, corsa con la prima bicicletta da lui costruita, aprì davvero una fabbrica. Nel 1915, an- cora fortissimo, lasciò il ciclismo per darsi completamente alla sua vita imprenditoriale e nel 1925, la sua azienda, iniziò a produrre anche motociclette. Nel 1951, quando vinse su un suo mezzo il Giro d’Italia, provò una grandissima soddisfazione, a suo dire, come se avesse di nuovo vinto lui. Morì il 2 ottobre 1957 a Varese. CURIOSITA’ SUL 1° GIRO D’ITALIA.

Il primo iscritto alla manifestazione… Il primo ad iscriversi, colui al quale sarebbe stato destinato il numero “1”, fu Felice Peli, figlio di Isidoro e di Rosa Ostelli, nato a Sarezzo di Brescia, l’11 novembre 1889 e domiciliato nella frazione di Zanano, in via S. Martino n. 10. Si ritirò nel corso della sesta tappa.

Il vincitore e le sue sofferenze. Appena tagliato il traguardo che lo aveva visto vincente nella prima edizione della corsa, il varesino Luigi Ganna, detto “El Luison”, uomo pragmatico e col sogno di diventare costruttore di biciclette, alla domanda di un giornalista, su come si sentisse di fronte alla vittoria raggiunta, rispose, in dia- letto lombardo: “Me brüsa tanto el cü!”

I Premi di quel Giro, fra ieri ed oggi. Nell’impianto pubblicitario del primo Giro d'Italia, uno degli slogan più appariscenti, ed ovviamen- te trascinanti, definiva la manifestazione come: “La corsa più ricca del mondo”. Ma quanto guada- gnarono i corridori che lo finirono? E quelle cifre cosa potrebbero valere oggi? Diamo un po’ di numeri. Il montepremi complessivo ammontava a 25.000 lire (circa 600.000 euro odierni). Il vincitore, Lui- gi Ganna, fra le vittorie di tappa e nel Giro, guadagnò 5.325 lire (circa 133.000 euro odierni). Carlo Galetti, secondo, accumulò 2.430 lire (circa 58.000 euro odierni). Giovanni Rossignoli, terzo, accumulò 2.008 lire (circa 50.000 euro di oggi). Giuseppe Perna, 49° ed ultimo, accumulò 300 lire (circa 7.000 euro di oggi). Per dare un’idea che serve ai confronti, nel 1909, in un’Italia dove il 40% era analfabeta, il Direttore della Gazzetta dello Sport, Eugenio Costamagna, percepiva uno stipendio mensile di 150 lire; Ar- mando Cougnet, Amministratore del giornale, nonché Direttore del Giro, 120. Una bicicletta da competizione di buon livello di quei tempi, costava 150 lire, una da “trasporto” di qualità media, 120, ed una copia della Gazzetta 50 centesimi…. Ma i raffronti diventano pesanti e significativi, quando si confrontano queste cifre, coi salari degli operai, perlopiù attestati su una media di 2 lire giornaliere (i tessili percepivano una lira, i poligra- fici quattro, i metalmeccanici due, i chimici tre), il che significava mediamente, 52-54 lire circa al mese. Per i braccianti agricoli, la vita era ancora più pesante, perché la loro paga non arrivava alla metà di quella degli operai….

Ma la bicicletta del primo Giro d’Italia com’era? I mezzi nella linea migliore di chi corse nel Giro di un secolo fa, pesavano 15 chilogrammi, ed era- no composte per l’85% di ferro, il resto si divideva fra metalli meno comuni, legno e gomma. Il tut- to senza quella borsa che solitamente i corridori agganciavano al manubrio, contenente rozzi ristori, mastici, altri tubolari, oltre a quello che, quasi sempre, portavano ad “otto”, avvolto fra tronco e clavicole. La pompa, che non aveva ancora trovato collocazione fissa sul telaio, solitamente era contenuta dagli atleti all’interno della maglia da corsa, ovviamente rigorosamente di lana, spesso fra la pelle e la maglia, o fra la maglia da pelle e la maglia. Le biciclette più sofisticate, possedevano un solo freno sulla ruota anteriore che veniva azionato a leva, direttamente sul tubolare a mo’ di tam- buro. Le frequenti forature, trovavano risposte nel corridore, in modo veloce (sempre qualche mi- nuto), attraverso il cambio del tubolare, ma quando finivano le scorte, non c’era altro modo che fer- marsi e rappezzare. La trasmissione a catena, attraverso ruote libere e moltipliche diverse rispetto all’oggi e agli stessi anni venti, sviluppava meno di sei metri a pedalata, di solito 5 metri e 85 centimetri (mai di più, sovente di meno), all’incirca un rapporto equivalente al 42x16 di oggi. Ov- viamente, non esistendo il cambio, l’atleta doveva spingere quel rapporto indipendentemente da pianura, salita e discesa. ALCUNE FOTO SIGNIFICATIVE SUL 1° GIRO D’ITALIA

Un vademecum tascabile del Giro. Il documento serviva soprat- tutto ai giornalisti, ma anche agli stessi corridori.

La cartolina pubblicitaria della Bianchi alla vigilia del Giro

Punzonatura del Giro - Albergo Loreto - Milano 12 maggio 1908.

Tappa Milano Bologna - Un punto di controllo

Tappa Bologna-Ancona-Chieti: i controlli non finiscono mai….

Tappa Chieti-Napoli: il Giro sull’Appennino

Tappa Napoli Roma – Una fase

Un gruppo di giovani curiosi attorno a ciclisti e operatori dell’Atala

Cartolina della Vittoria di Luigi Ganna nella Napoli-Roma

Le auto al seguito del Primo Giro d’Italia

La volata vincente di Galetti nella tappa Roma-Firenze

I giornalisti al seguito del 1° Giro d’Italia

Tappa Firenze-Genova: un’immagine di corsa

Ganna e Chiodi posano dopo la tappa di Torino

Torino – La partenza dell’ultima tappa

Tappa Torino Milano – Anche per l’auto della Giuria il Giro è ormai finito.

Milano – In attesa dell’epilogo

La pubblicità della Pirelli dopo la vittoria di Ganna al Giro d’Italia

La caricatura di Ganna e Galetti, rispettivamente 1° e 2° al Giro d’Italia 1909.