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Antonio Fornaciari 2003

Progetto di ricerca:

La Maiolica di Montelupo: cronotipologia e diffusione di un indicatore prezioso per i depositi archeologici del Medioevo e dell’ Età Moderna.

Introduzione La ricerca che si propone ha lo scopo di costruire, su base archeologico-stratigrafica, l’evoluzione morfologico-decorativa e la geografia di diffusione delle produzioni montelupine di maiolica dal XIV al XIX secolo. In particolare, partendo dai contesti di giacitura provenienti dal Convento di Sant’Agostino di Pietrasanta già indagati, per quanto riguarda le maioliche arcaiche, ai fini della tesi di laurea (Fornaciari 2003), ed estendendo l’indagine a contesti ben circoscrivibili cronologicamente delle città di Pisa, Lucca e Pescia, si vuole cercare di affinare la datazione delle varie forme e dei vari decori, determinare i tipi morfologico-decorativi commercializzati e diffusi nei vari periodi, si vuole infine tentare di delineare, attraverso un attento esame dell’edito e dove possibile dell’inedito, una geografia diacronica della circolazione della maiolica montelupina in Italia, Europa e nel bacino del Mediterraneo.

1. Cenni storici sulla produzione di maiolica a Montelupo

Le prime produzioni di ceramica smaltata a Montelupo si fanno risalire alla fine del XIII secolo. Fausto Berti1 ha utilizzato alcuni contesti chiave per ricostruire il percorso della maiolica arcaica di Montelupo dalla prima fase (1280-1360), alla fase evoluta (1360-1420) e, da questa, alla fase tarda (1420-1480). Nella seconda metà del ‘300, e fino ad inizio ‘400, a Montelupo si assiste alla produzione di M. A. blu, con il verde sostituito dall’azzurro. In una fase ancora successiva, intorno

1 F.Berti 1982; F.Berti 1997, pp. 129-143. I contesti analizzati provengono da Montelupo stessa o dalle immediate vicinanze e sono i seguenti: a) Puntazza 1280-1330; b) adiacenze del palazzo podestarile 1370-1390; c) recupero di via Giro delle Mura di nord-ovest 1400-1420; d) casa di Baccio da Montelupo deposito A 1420-1450; e) casa di Baccio da Montelupo deposito B 1440-1460; f) ex fornace Bellucci 1440-1460; g) strati antecedenti alla fornace Lo 1420-1450; h) ex palazzo podestarile fossa b 1410-1450.

1 al 1420, nasce una produzione che unisce ai colori “classici” della M. A. un terzo pigmento, che può essere il giallo o talvolta l’arancio. Quest’ultima tipologia corrisponde alla nota “famiglia verde” del Cora (Cora 1973) che F. Berti ha rinominato, nel suo ultimo lavoro sulla maiolica di Montelupo del 1997, “maiolica arcaica tricolore”2. Un contesto importante per caratterizzare, seppur parzialmente, le prime M. A. di Montelupo, è quello costituito dal recupero di una discreta quantità di scarti di fornace avvenuto in località Puntazza, lungo il corso dell’Arno, in corrispondenza della confluenza del torrente Pesa. Si tratta soprattutto di boccali, in maggioranza a piede svasato (AB/1), ma anche di qualche forma aperta, come piccoli catini troncoconici (AA/1) e bacili apodi (AA/2). Gli impasti sono depurati, con rari inclusi di “diaspro”e bolle d’aria, il colore è rosso mattone, la consistenze dura e la frattura netta. A cominciare dagli inizi del XV secolo, come testimoniano i reperti di Via Del Giro delle Mura (1400-1420), si ha un cambiamento negli impasti, che diventano a predominante colorazione beige, anche se restano significative eccezioni. F. Berti vede in questo cambiamento il segno della ricerca volta ad ottenere lo schiarimento dell’impasto, probabilmente voluto per migliorare la colorazione bianca della copertura stannifera. Per quanto riguarda i cambiamenti nelle forme noteremo come nella seconda metà del XIV secolo si ha la scomparsa del boccale con corpo ovoidale e alto piede svasato (AB/1) e la permanenza del boccale a piede ribassato (AB/2). Tra le forme aperte si hanno i rinfrescatoi ansati, considerati evoluzioni della forma del bacile (AA/2), e sono attestati i catini troncoconici con tesa defluente (AA/6). Compare un nuovo tipo di ciotola con bordo assottigliato (AA/5), che perdurerà fino alla prima metà del XV secolo; inoltre, nelle forme aperte, si nota la propensione ad eliminare la copertura piombifera esterna lasciando il pezzo nudo. Nel XV secolo compaiono i catini tronco conici con parete raddrizzata in alto e fascia esterna in rilievo (AA/7). Un decoro che è caratteristico dell’area fiorentina, e che compare in questi catini, è il motivo a foglie quadripartito, ripreso anche nei prodotti pisani e lucchesi ad esterno nudo che imitano le forme dell’area fiorentina (Berti-Cappelli 1994; Berti 1997). A cominciare dalla fine del XIV secolo ha inizio la produzione della cosiddetta “zaffera” che perdurèrà fino agli anni ’70 de ‘400 (Berti F. 1997, pag. 121). La progressiva specializzazione del centro di Montelupo nella maiolica va di pari passo con un allargamento della produzione e con la conquista di nuovi mercati; questo processo è particolarmente evidente nel corso del XV secolo, quando a Montelupo si fabbrica l’italo moresca, un termine che racchiude una grande varietà di tipi morfologici e soprattutto decorativi, caratterizzato globalmente dall’ispirarsi alle produzioni spagnole, le cosiddette ispano moresche, che avevano invaso il mercato italiano e mediterraneo già a partire dalla metà del XIV secolo. Montelupo si va accrescendo dal punto di

2 Anche a Pisa nella stessa epoca si produce, seppure in quantità meno rilevante, maiolica arcaica decorata a tre colori, che G.Berti ha chiamato maiolica arcaica policroma (Berti-Cappelli 1991).

2 vista demico sì che da piccolo castello assurge, tra XIV e XV secolo, al ruolo di vera e propria “terra murata”. E’ l’attività ceramica che provoca l’immigrazione nel piccolo centro di uomini e vasai provenienti da Firenze e da altri centri del contado fiorentino, dove già si produceva ceramica smaltata (Bacchereto in primis). La felice posizione geografica di Montelupo, strategicamente situato vicino alle zone di reperimento delle argille e lungo una via d’acqua di vitale importanza per i traffici commerciali fiorentini (dal 1406, dopo la conquista di Pisa, ancor più importante per il trasporto delle merci verso Porto Pisano, poi dal XVI secolo verso Livorno, e da lì a tutto il Mediterraneo e oltre), accresce l’interesse delle compagnie mercantili e dei grandi capitali fiorentini, che nella seconda metà del XV secolo si interessano al commercio della maiolica. Sintomatico di questo nuovo interesse dei capitali mercantili di Firenze è l’atto stipulato a Montelupo da Francesco Antinori nel 1490, con cui egli si obbligava ad acquistare per tre anni l’intera produzione di ben 23 mastri vasai, ed a pagare i manufatti secondo prezzi concordati per tre fasce di qualità: l’ordinaria, il damaschino e il vantaggino (Berti F. 2002, pag. 41). I decenni compresi tra gli anni ’80 del ‘400 e il 1530 corrispondono all’epoca d’oro della maiolica montelupina, che raggiunge la sua massima espansione commerciale diffondendosi sia nel bacino del Mediterraneo sia lungo le rotte atlantiche3. Sono caratteristici di questa fase i decori a ovali e rombi, alla palmetta persiana, a nastri spezzati, alla penna di pavone etc. etc. che avranno una fortuna durevole e perdureranno, in taluni casi, fino a buona parte del XVII secolo. Tra 1530 e 1540 anche la produzione di Montelupo risente del mutato clima economico che porterà, di lì alla fine del secolo, alla fine delle fortune mercantesche fiorentine e ad un restringimento del mercato. Negli stessi anni si nota un parziale rinnovamento del patrimonio decorativo con l’introduzione dello stile “conpendiario” mutuato da centri come Faenza e Venezia. Dal 1590, con l’accentuarsi della situazione generale di crisi economica in cui versa la Toscana, la produzione ceramica di Montelupo rallenta il passo. Si producono in questa fase i celebri “arlecchini” o “mostacci”, i caratteristici piatti figurati che nel XIX secolo vennero considerati i più genuini prodotti del centro di fabbrica toscano. La peste del 1630-1632 inferse un colpo durissimo alla popolazione di Montelupo, colpo che si ripercosse sulla produzione ceramica, da allora in progressiva decadenza. La maiolica fu lentamente soppiantata dalle terracotte (orci, conche, catini) e dal pentolame da cucina. L’inchiesta sullo stato delle Manifatture del 17684 censisce solo sei fabbriche di stoviglie in ceramica smaltata.

3 Tra il 1510 e il 1512 “l’Arte degli Orciolai” di Montelupo si dota di un proprio statuto (Berti F. 2003). 4 Archivio di Stato di Firenze, Carte Gianni. 3 2. Storia degli studi e status questionis con relative problematiche di ricerca.

Montelupo si affaccia tardi alla ribalta del dibattito ceramologico italiano; a lungo infatti, almeno fino alla pubblicazione dell’opera del Cora (Cora 1973), è stato considerato un centro di produzione “minore”, e perciò estraneo agli interessi degli studiosi dell’Ottocento e di buona parte del Novecento, maggiormente interessati a celebrare le produzioni di centri dalla più intensa tradizione storiografica e municipalistica, in particolare nella loro fase “aulica” e rinascimentale5. Si identificava genericamente la ceramica di Montelupo con i cosiddetti “arlecchini”: i noti piatti decorati a vivaci colori con rappresentazioni realistiche della vita quotidiana, tipici della prima metà del XVII secolo6. Bisogna aspettare l’opera di Galeazzo Cora per giungere ad una comprensione reale del ruolo di Montelupo quale centro ceramico. Egli, partendo da un’attenzione di tipo collezionistico, venne maturando un interesse notevole per la ricerca di documenti scritti e per la raccolta di resti materiali che testimoniassero la ricca attività delle fornaci montelupine. Nel 1973 esce alle stampe la Storia della maiolica di Firenze e del Contado, in due volumi, a tutt’oggi strumento fondamentale, specialmente per l’ingente massa di documenti scritti e materiali che raccoglie, per qualsiasi studio sulla produzione ceramica di Montelupo. Sempre al 1973 risale la scoperta del cosiddetto “Pozzo dei lavatoi”, situato nella zona tra il castello di Montelupo e il centro urbano immediatamente a valle. Si tratta di una struttura circolare del diametro di circa due metri che venne scavata nel corso di tre campagne di scavo tra il 1973 e il 1976 (dal 1975 coordinate da Guido Vannini) fino alla profondità di circa dieci metri. Vennero posti in luce almeno due episodi di riempimento del pozzo effettuati con grande abbondanza di materiale ceramico: l’ultimo e più recente risalente alla seconda metà del XVII secolo, l’altro, assai più spesso, depositato verso la metà del XVI secolo e formato da accumuli diversi costituiti da scarti di varie fornaci (Vannini 1977, pp.18-20). I materiali provenienti dal pozzo, una volta restaurati, furono esposti nel 1977 in una mostra tenutasi a Firenze e a Montelupo e contribuirono, contestualmente ai dati provenienti dallo scavo, a far conoscere la varietà delle produzioni montelupine oltre i limiti cronologici (fine del XV secolo) dell’opera del Cora. Ma, soprattutto, questo scavo servì a dimostrare, in un campo ancora dominato da studi ceramologici di vecchio stampo, come l’approccio archeologico potesse fornire straordinari nuovi elementi alla conoscenza dei prodotti ceramici, letti come veri e propri

5 Montelupo è rimasta, si può dire per tutta la propria vicenda produttiva, all’ombra di Firenze, da cui dipendeva per i capitali finanziari investiti dalle grandi famiglie fiorentine. Tutto questo ha impedito il crearsi di una propria tradizione civica e storiografica, come ha messo in evidenza recentemente Fausto Berti (F.Berti 1997, pp. 33-36). Il ruolo svolto da Montelupo come centro fiorentino di produzione ceramica è stato al centro della mostra tenutasi a Palazzo Medici Riccardi nel 2002 dal titolo: Capolavori della Maiolica Rinascimentale. Montelupo “fabbrica” di Firenze 1400-1630, incentrata come suggerito dal titolo stesso sui prodotti di alto livello qualitativo. 6 Questo luogo comune a lungo conservatosi negli scritti dei ceramologi prende origine dall’opera di M. Auguste Demmin, Guide de l’amateur de faiances et porcelaines, stampata a Parigi nel 1863. 4 documenti storici che aprivano nuovi campi di ricerca relativi a produzione e mercato, e inquadravano il fenomeno ceramico nell’ orizzonte più vasto degli studi di carattere storico- economico. Nel 1982 i pezzi del Pozzo dei lavatoi costituirono la base espositiva del neonato Museo della Ceramica di Montelupo7che, da allora, promuove attività di salvaguardia e ricerca dei resti ceramici provenienti dal sottosuolo della cittadina valdarnese (Berti F. 1997, pp. 80-81). Entro la prima metà degli anni ’80 furono pubblicati sulla rivista Faenza dal Cora e dal Fanfani una serie di contribuiti sui vasai di Montelupo, frutto delle ricerche archivistiche che i due studiosi avevano intrapreso già da diversi anni8, e che contribuirono ad ampliare la base storica di conoscenze sulle botteghe montelupine, fornendo uno strumento utilissimo per gli studi sul centro valdarnese. Fausto Berti, dal 1982 direttore del museo di Montelupo, è autore di numerosi studi e ricerche, culminati recentemente9 nella pubblicazione di cinque importanti volumi dal titolo Storia della Ceramica di Montelupo. Data l’importanza che l’opera assume nel panorama degli studi sull’argomento, ci soffermeremo ad analizzarla con una certa attenzione, visto che costituisce la base di partenza anche della nostra ricerca. Fausto Berti sviluppa nei primi due voluni dell’opera, dedicati ai prodotti da mensa dalle origini fino al XVIII secolo, una nuova classificazione della maiolica di Montelupo: basandosi sempre sulle decorazioni egli abbandona la suddivisione in “famiglie”, che il Cora aveva preso in prestito dagli schemi ballardiniani, creando una nuova griglia classificatoria costituita da generi (Maiolica arcaica, Maiolica arcaica blu, Zaffera a rilievo, Maiolica arcaica tricolore, Floreale, Decori in azzurro prevalente etc. etc.), a loro volta suddivisi in gruppi (talvolta, come nel caso della maiolica arcaica, corrispondenti a fasi produttive) e sottogruppi. Il terzo volume del Berti è dedicato alle ceramiche da farmacia, pavimenti maiolicati, plastiche, manufatti minori e terrecotte (Berti F. 1999). Il quarto volume contiene la documentazione storica sulle famiglie dei vasai che operarono nel centro valdarnese fino al XVIII secolo. L’autore approfondisce, tramite lo spoglio di un’ingente mole documentaria, le informazioni già raccolta dal Cora e dal Fanfani, completandole con un indagine accurata sui documenti del XVIII secolo, in precedenza tralasciati dai due studiosi. L’ultimo volume della serie, pubblicato recentemente, titolato: Le botteghe: tecnologia, produzione, committenze, è dedicato all’analisi della tecnologia e organizzazione del lavoro nelle botteghe montelupine, e contiene un interessante capitolo dedicato all’analisi archeometrica degli impasti ceramici che può fornire un’ottimo strumento per cercare di individuare, nei contesti regionali ed extraregionali, le imitazioni delle maioliche di Montelupo.

7 Dal 1989 nominato Museo Archeologico e della Ceramica di Montelupo ( Berti F. 2002) 8 Cora – Fanfani 1983-1985. 9 L’ultimo volume della serie è stato pubblicato quest’anno (2003), il primo è uscito nel 1997. 5 3. Obiettivi della ricerca

A. Realizzazione dei quadri morfologici relativi ai vari decori. Partendo dalla classificazione dei decori, estremamente analitica, operata dal Berti stesso, si vuole cercare di fornire un quadro morfologico il più possibile esauriente attingendo ai numerosi ritrovamenti avvenuti nella Toscana Nord-Occidentale (vedi Metodo, strategia e strumenti).

B. Costruzione di una cronotipologia della maiolica di Montelupo attraverso la documentazione di scavo. Il gran numero di indagini archeologiche stratigrafiche che si sono svolte in Toscana negli ultimi anni offre una buona base per tentare di ricostruire l’evoluzione morfologica delle forme della maiolica montelupina. Partendo dalla associazione forma-decoro, di cui al punto A, sarà possibile delineare la durata in uso dei vari tipi, far luce sui cambiamenti manifestatisi nella mensa tra basso medioevo ed età moderna e comprendere le richieste del mercato a cui le produzioni di Montelupo cercavano di adeguarsi.

C. Determinare, sempre sulla base delle restituzioni da scavo, la geografia della circolazione della maiolica di Montelupo. Attraverso uno spoglio sistematico dei dati editi, ed un primo vaglio dei materiali inediti di cui sia fattibile prendere visione direttamente, sarà possibile costruire una mappatura della circolazione dei manufatti Montelupini e stabilire i canali commerciali preferenziali, gli areali di diffusione dei vari tipi morfologico-decorativi e verificare il rapporto tra fonte archeologica e fonte scritta, confrontando i dati ricavati dalla nostra ricerca con quelli provenienti dagli studi della documentazione scritta che già vantano, come è stato detto al punto 2, una grossa tradizione, soprattutto grazie alle opere del Cora, del Fanfani e del Berti.

6 4. Metodo, strategia e strumenti

Per realizzare gli obiettivi che ci siamo prefissati saranno presi in considerazione, oltre ai contesti di scavo editi, i materiali inediti provenienti da siti della Toscana Nord-Occidentale; in particolare risultano adatti, ai fini della nostra indagine, alcuni contesti provenienti dalle aree urbane di Pietrasanta, Lucca, Pisa e Pescia:

Pietrasanta

I materiali ceramici provenienti dal Convento della Santissima Annunziata di Pietrasanta costituiscono un’ingente massa di reperti, che supera abbondantemente la decina di miglia di individui; tra questi sono presenti alcune migliaia di reperti in maiolica provenienti dalle fornaci montelupine. Il recupero di questi materiali fu operato negli anni ottanta dal prof. Bruno Antonucci che, pur senza effettuare un vero e proprio scavo stratigrafico, contrassegnò con una sigla i vari contesti di giacitura con cui furono poi siglate le ceramiche stesse. Nel corso della tesi di laurea (Fornaciari 2003), dedicata alle maioliche arcaiche, ho avuto modo di iniziare a ricostruire i diversi contesti di giacitura, con le varie associazioni di classi di materiali10. La storia costruttiva del convento è ben documentata: un documento eccezionale, conservato presso l’Archivio di Stato di Pisa11 e risalente al 1635, ci conserva, oltre ad un elenco di beni posseduti dagli Agostiniani, una pianta del piano terra del Convento della SS. Annunziata con annotazioni che datano la costruzione delle varie parti del complesso monumentale e ci informano sulla loro funzione. Integrando questo documento con altri conservati sempre nell’Archivio di Stato di Pisa12 è stato possibile ricostruire una cronologia attendibile dell’edificazione delle varie parti del convento; questi dati offrono una buona base cronologica di riferimento per attribuire un terminus ante quem ai vari contesti di giacitura delle ceramiche.

10 Tutti i reperti, secondo una prassi comune ancora al tempo del recupero (primi anni ’80), erano stati divisi per classi. Grazie alla siglatura a suo tempo apposta su ogni frammento è possibile comunque ricostruire le varie associazioni, in parte questo lavoro è gia stato eseguito durante la tesi di laurea grazie anche all’aiuto prestatomi dalla Dottoressa Berti, che ha messo a mia disposizione le schede da lei compilate su buona parte delle ceramiche rivestite provenienti dal convento. 11 A.S.P. Corporazioni Soppresse n. 986. 12 A.S.P. Corporazioni Soppresse n. 1024.

7 Lucca

L’attività di salvaguardia della Soprintendenza Archeologica della Toscana, dispiegatasi in maniera efficace a cominciare dai primi anni ’80, ha permesso di disporre di un discreto numero di scavi e saggi stratigrafici all’interno del centro storico di Lucca, i quali hanno restituito un’ingente massa di materiale ceramico, tra cui un gran numero di maioliche montelupine. Questi reperti vanno ad aggiungersi alla massa già ingente di ceramiche provenienti da recuperi occasionali presenti nei depositi del Museo di Villa Guinigi (Berti-Cappelli 1994). Passeremo adesso in rassegna alcuni dei contesti inediti più interessanti ai fini del nostro studio e, in particolare, quelli caratterizzati da una documentazione stratigrafica soddisfacente13:

- Contesto CA Si tratta di un contesto omogeneo costituito da materiale riferibile ad un arco cronologico compreso tra la metà del XV e il primo ventennio del XVI secolo (Berti-Cappelli 1994, pp.80-81). Se ne ipotizza la provenienza dal baluardo di San Martino, in seguito ai lavori eseguiti dal Comune di Lucca lungo quel tratto delle mura nel 1965. Il baluardo di San Martino risale agli anni 1592-1595 ed ingloba una struttura difensiva più antica edificata intorno al 1520 che, a sua volta, insiste su di una precedente fortificazione risalente al XV secolo (Martinelli-Puccinelli 1983, pp. 188-195). Si tratta in tutto di circa 130 manufatti usciti dalle fabbriche montelupine; in paricolare due pezzi offrono dei termini ante quos per la datazione del deposito: un esemplare reca la data 1508 ed un altro la dedica al “mangnificho Iuliano” che ci suggerisce una datazione intorno al 1515 (Berti- Stiaffini 2001, pp. 69-70).

- Antica Locanda dell’Angelo Lo scavo, condotto tra il Novembre e il Dicembre 1983 dalla Soprintendenza Archeologica e diretto da Giulio Ciampoltrini, ha portato alla messa in evidenza di una fossa, realizzata poco oltre la metà del XVII secolo, riempita da uno scarico di vetri, per lo più resti di calici, e di alcuni boccali montelupini (Berti-Ciampoltrini-Stiaffini 1994).

13 Molti dei contesti a cui si farà riferimento sono stati già vagliati da Graziella Berti e Laura Cappelli, che hanno schedato una buona parte dei materiali, almeno per quanto attiene ai ritrovamenti anteriori all’inizio degli anni ’90. Tutto questo materiale è stato messo a disposizione da Graziella Berti per lo svolgimento della presente ricerca. 8 - Palazzo Lippi Ancora uno scavo preventivo, realizzato nel 1985 dalla Soprintendenza Archeologica in alcuni ambienti facenti parte del complesso tardo rinascimentale di Palazzo Lippi, ha permesso di documentare una sequenza di lungo periodo, dall’età tardo repubblicana (I a.C.) al secolo XIX. Numerosi contesti sono relativi alla fase di vita del palazzo tra XVI e XVII secolo.

- Monastero di Santa Giustina Dallo scavo del monastero urbano di Santa Giustina provengono145 individui in maiolica riferibili a fabbrica montelupina, tra cui una trentina di esemplari di zaffera a rilievo, in livelli compresi tra metà XIV e metà XV secolo (Abela 1997).

- Via della Quarquonia Nucleo di ceramiche dei secoli XVI e XVII, messi in luce al di sotto del piano pavimentale di un vano abitativo ubicato al pianoterra dell’edificio ai numeri civici 24 e 26.

A questi contesti vanno aggiunti quelli provenienti da alcuni scavi stratigrafici operati a Lucca negli ultimi anni:

- Palazzo della Provincia Scavi d’emergenza, svolti nel 1999-2000, nel Cortile Carrara del Palazzo della Provincia, hanno portato all’acquisizione di una sequenza stratigrafica che dalle fasi romane (I-II sec. d.C.) giunge al XVI-XVII secolo, epoca a cui risale la ristrutturazione del palazzo ad opera di Bartolomeo Ammannati. L’ingente mole di materiale ceramico, tutt’ora conservata presso i depositi del Museo di Villa Guinigi, aspetta ancora di essere valutata nel suo insieme, ma di notevole interesse e molto ben rappresentati appaiono i materiali relativi al basso medioevo e al rinascimento, con notevole presenza di maioliche di Montelupo (da Ciampoltrini, comunicazione personale).

- Ex ospedale di San Luca Tre campagne di scavo14, svoltesi negli anni 1998-2000-2001, promosse dalla Scuola Normale Superiore e dall’Università di Pisa nell’area dell’ex ospedale di San Luca, hanno permesso di acquisire importanti informazioni sulla vita dell’istituzione sanitaria e dell’annesso edificio religioso di San Luca, dalla fondazione dell’ente avvenuta nella seconda metà del XIII secolo fino

14 A tutte le operazione di scavo ha preso parte lo scrivente. 9 alla demolizione della chiesa risalente al 1912. I numerosi reperti ceramici sono al momento in corso di studio ad opera dello scrivente (Fornaciari 2001).

Pisa

Per quanto riguarda la città di Pisa, centro chiave per lo smistamento dei manufatti montelupini che da qui trovavano la via dei porti mediterranei ed extramediterranei, saranno presi in considerazione i materiali presenti nelle raccolte Tongiorgi conservati nel Museo di San Matteo, che ammontano ad alcune migliaia di esemplari. I dati morfologico-decorativi ricavabili da questi contesti saranno integrati con quelli relativi ai reperti provenienti dagli ultimi scavi effettuati nel centro storico della città dall’insegnamento di Archeologia Medievale e Metodologia della Ricerca Archeologica dell’Università di Pisa, in particolare saranno considerati i reperti provenienti da due scavi:

- Scavo dell’edificio compreso tra Via Toselli e Vicolo dei Facchini. I due silos, messi in luce nelle aree 2000 e 3000, costruiti tra XV e XVI secolo e successivamente utilizzati come cisterna e quindi obliterati nel XVII secolo, offrono interessanti associazioni di materiali postmedievali, tra cui un certo numero di maioliche di Montelupo (Milanese – Baldassarri 2001)

- Scavo preventivo nell’area di Piazza delle Vettovaglie. In occasione del restauro e ripristino della pavimentazione della piazza sono stati condotti estesi saggi stratigrafici che hanno portato ad indagare le fasi rinascimentali e post rinascimentali dell’area. Di particolare interesse i livelli connessi con l’impianto dei silos da grano (seconda metà XV secolo) e i livelli di obliterazione degli stessi (XVI-XVII secolo).

Pescia

Nell’ambito dell’attività di tutela della Soprintendenza Archeologica della Toscana nella provincia di Pistoia sono stati eseguiti vari scavi stratigrafici all’interno del centro storico di Pescia (Milanese 1992, pag. 216). Molte di queste indagini hanno permesso di acquisire contesti chiusi, utili per una osservazione sistematica della circolazione di prodotti ceramici a Pescia e in Val di Nievole fra Medioevo ed Età Moderna. I reperti provenienti da queste indagini, attualmente conservati presso il locale museo archeologico, sono in corso di studio da parte di studenti, laureandi e specializzandi

10 dell’Università di Pisa, coordinati dal Prof. Marco Milanese15. In particolare risultano molto interessanti ai fini della nostra ricerca i contesti relativi al Saggio A e al Saggio B dello scavo di Via Oberdan – Proprietà Giuntini (Milanese 1994a). L’us 2 del Saggio A, costituita dal riempimento di una fossa di scarico formato da materiali ascrivibili alla seconda metà-ultimo quarto del XVIII secolo, offre un contesto privilegiato per indagare la fase tardo settecentesca della produzione montelupina. La presenza in questo particolare contesto di un piatto in maiolica di produzione savonese, recante la sigla BL ed il marchio del globo con croce, appartenente alla società savonese Borselli-Levantino la cui attività è documentata per gli anni 1756-1760 (Cameirana 1985, pag. 129), costituisce un valido terminus post quem ed un indicatore cronologico sicuro per lo studio dei reperti associati. Il Saggio B ha messo in evidenza un vasto scarico degli inizi del XIX secolo, utile per caratterizzare le ultimissime produzioni in maiolica del centro valdarnese. Sempre a Pescia saranno considerati i materiali provenienti da:

- Piazza san Romualdo Scavo d’emergenza effettuato nel 1992 da Marco Milanese (Milanese 1994b), che ha consentito una lettura stratigrafica di lungo periodo (secoli X-XX) di questa porzione del centro storico della città.

- Monastero di Santa Chiara Scavo preventivo svoltosi nell’inverno 1992-1993. Vari contesti cinquecenteschi.

- Piazza del Grano Recupero di materiali del XVI e XVII secolo.

Gli strumenti che verranno utilizzati saranno:

• Esame diretto dei materiali inediti appartenenti ai siti e contesti sopra menzionati e, ove possibile, dei materiali inediti provenienti da altri scavi archeologici stratigrafici della Toscana.

15 Queste ricerche si inseriscono nel più ampio progetto relativo alle indagini promosse dagli insegnamenti di Archeologia Medievale e Metodologia della Ricerca Archeologica dell’Università di Pisa nell’ambito territoriale della Val di Nievole. 11 • Quantificazione per classi e numero di individui all’interno dei vari contesti al fine di controllare le associazioni e verificare la cronologia dei depositi. • Costruzione di un database contenente le schede dei reperti, completate da disegni, fotografie e riferimenti alla sequenza stratigrafica del sito. • Spoglio sistematico di tutta la bibliografia disponibile per l’Italia e l’Europa.

5. Tempi di realizzazione

1. Entro il primo anno si prevede di analizzare i materiali di Pietrasanta e Lucca con schedatura/disegno/documentazione fotografica e ricostruzione delle sequenze stratigrafiche relative ai siti indagati.

2. Con il secondo anno si prevede di eseguire le stesse operazioni di cui al punto precedente per i contesti di Pisa e Pescia.

3. Nel terzo ed ultimo anno si intende, in base ai dati emersi nei due anni precedenti, costruire le tavole relative alla cronotipologia delle forme e quelle delle associazioni forme-decori; infine s’intende realizzare le carte di distribuzione dei tipi morfologico-decorativi in base allo spoglio della bibliografia edita e ove possibile in base alla presa di visione diretta del materiale inedito.

Naturalmente l’informatizzazione dei dati avverrà di pari passo allo svolgimento della ricerca nel corso dei tre anni.

6. Bibliografia essenziale

Abela E.,1997, La chiesa rinascimentale di Santa Giustina a Lucca. La ricostruzione di un monumento scomparso attraverso il confronto tra i risultati delle indagini archeologiche e le fonti documentarie, in Momus VII-VIII, Lucca.

AA.VV., 1992, La sala delle ceramiche di Bacchereto nel Museo Archeologico di Artimino, Firenze.

AA.VV., 1990, Ceramica Toscana dal Medioevo al XVIII secolo, Città di Castello.

Baart J.M., 1985, Ceramiche italiane rinvenute in Olanda e le prime imitazioni olandesi, “Albisola”, XVI, pp. 161-187.

Ballardini G.,1938, La maiolica italiana dalle origini alla fine del Cinquecento, Firenze.

12 Berti F., 1982, Note sulla maiolica arcaica di , in Arch. Med., IX.

Berti F., 1986, La Maiolica di Montelupo. Secoli XIV-XVIII, Venezia.

Berti F., 1997-2003, Storia della ceramica di Montelupo, vol I-V, Montelupo Fiorentino.

Berti F., 2002, Montelupo Fiorentino, in “Terre di Toscana” catalogo della mostra, pp. 39-44 Firenze 2002.

Berti G., Cappelli L., 1991, “Maioliche arcaiche policrome” del quattrocento in Toscana, in “Albisola”, XXIV.

Berti G., Cappelli L., 1994, Lucca. Ceramiche medievali e postmedievali (Museo Nazionale di Villa Guinigi). I. Dalle ceramiche islamiche alle “maioliche arcaiche”. Secc.XI-XV, “Ricerche di Archeologia Altomedievale e Medievale”, N°19-20, Firenze.

Berti G., Cappelli L., Francovich R., 1986, La maiolica arcaica in Toscana, in Atti del III Congresso Internazionale “La ceramica medievale nel Mediterraneo occidentale” -Faenza 1984, Firenze.

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