L’ARRESTO DI MORUCCI E FARANDA, IL COINVOLGIMENTO DI PACE E PIPERNO E L’APPARTAMENTO DI VIALE GIULIO CESARE

Ma per registrare ulteriori progressi nelle indagini, bisognava purtroppo attendere che si verificasse un altro cruente episodio. Il 3 maggio un commando delle Brigate Rosse attaccava la sede del Comitato Romano della Democrazia Cristiana in Piazza Nicosia e cagionava la morte del brigadiere di P.S. Mea Antonio, della guardia Ollanu Piero, nonché il ferimento di Ammirata Vincenzo, i quali erano sopraggiunti a bordo di una macchina - la “Delta 19” - adibita a compiti di pattugliamento del centro urbano. Con rapporto del 30 maggio la DIGOS riferiva “che immediatamente dopo l’irruzione” si era maturata definitivamente la “convinzione”, appena adombrata fin dall’epoca dell’eccidio di Via Fani, secondo cui “nel quartiere Prati e, più precisamente, nelle adiacenze di Piazza G. Mazzini, vi fosse un covo delle Brigate Rosse o, quanto meno, una loro base di appoggio”. Poiché ben quattro vetture impiegate nell’assalto di Piazza Nicosia erano state rubate o abbandonate in quella area, erano state “attivate le fonti informative” perché raccogliessero tutte le indicazioni del caso e, “contestualmente”, si era proceduto “ad un accurato vaglio delle persone, abitanti nella zona, che, per essere note come appartenenti a formazioni dell’ultrasinistra, potevano fornire appoggio ed ospitalità a brigatisti rossi”. E così, sulla scorta di adeguate segnalazioni, l’attenzione degli investigatori si era concentrata su un appartamento al IV piano dello stabile di Viale Giulio Cesare n. 47, occupato da Conforto Giuliana - “militante in passato nelle file del disciolto Potere Operaio” - la quale, da “notizie riservatissime”, sembrava avesse messo l’alloggio a disposizione di una coppia di presumibili clandestini. Servizi di appostamento avevano consentito di individuare l’uomo e la giovane, le cui caratteristiche fisiche corrispondevano a quelle dei latitanti Morucci Valerio e Faranda Adriana. Il 29 maggio, tra le ore 23 e le ore 24, funzionari della DIGOS, in collaborazione con la Squadra Mobile, erano penetrati, non senza avere prima circondato “l’edificio per evitare ogni possibilità di fuga”, nell’abitazione della Conforto che non aveva avuto modo di rendersi conto di ciò che stava accadendo. Dietro una porta a vetro di una camera gli agenti avevano subito distinto “un agitarsi di ombre”: precipitatisi nella stanza vi avevano sorpreso proprio i due ricercati, “i quali, accortisi solo all’ultimo istante dell’intervento della Polizia, si erano lanciati verso una grossa borsa aperta, piena di pistole, evidentemente allo scopo di tentare una estrema difesa”. Però, “l’azione” era stata condotta in maniera tanto rapida che, “dopo una colluttazione, i due erano stati immobilizzati” ed identificati, nonostante la ragazza avesse esibito una falsa patente intestata a Lombardo Maria Rosaria e il compagno si fosse rifiutato di declinare le proprie generalità, per e Valerio Morucci. La casa si era rivelata essere un autentico deposito dell’organizzazione armata. Infatti nella borsa-valigia citata, erano state rinvenute armi e munizioni, tra cui: 1) una pistola semiautomatica Smith-Wesson, modello 59, con il numero di matricola limata dopo la sigla A1; 2) una pistola semiautomatica Beretta cal. 9 parabellum mod. 92/S, con matricola totalmente punzonata, con caricatore completo di n. 15 pallottole; 3) una pistola semiautomatica cal. 7,65/32 Erma Werke mod. KGP 68, con caricatore sprovvisto di cartucce e silenziatore di probabile fattura artigianale; 4) una pistola semiautomatica mod.950/b cal. 6,35, recante sulla canna la sigla PB e il numero 17, munita di caricatore con n. 8 cartucce; 5) una pistola semiautomatica mod. 39-2 Smith-Wesson con matricola punzonata dopo la sigla A1, munita di due caricatori con 7 cartucce ciascuno; 6) un fucile semiautomatico Winchester matricola n.1260818, con calciolo in metallo; 7) n. 2 caricatori bifilari per fucile Winchester completi di cartucce; 8) n. 3 caricatori per pistola Smith-Wesson completi di n. 15 cartucce cal. 9 cadauno; 9) un caricatore per fucile Winchester contenente n. 3 cartucce; 10) una busta di plastica bianca contenente n. 23 cartucce calibro 9 lungo; 11) una scatola della “Fiocchi” contenente n. 19 cartucce cal. 7,65.

Insieme a tali mezzi, erano custoditi “un ingente quantitativo di materiale ideologico, di moduli di patenti e di carte d’identità in bianco, documenti di provenienza illecita, già falsificati o da falsificare, timbri ed altri strumenti di contraffazione, giubbetti antiproiettili, alcuni dei quali abilmente cuciti sotto normali capi di abbigliamento, contrassegni assicurativi per autoveicoli, del tipo già utilizzato in occasione di gravi attentati, diversi milioni di lire in contanti, un discreto quantitativo di cocaina e moltissime altre cose di importanza estrema per le indagini sulle Brigate Rosse”. In altro vano, poi, cioè nella camera da letto di una delle bambine della Conforto - la piccola Valeria di 4 anni - era stata recuperata una borsa di tela plastificata “contenente una pistola automatica VZ 61 “Skorpion” calibro 7,65 di fabbricazione cecoslovacca, con matricola abrasa, tristemente famosa, con relativi caricatori e munizioni e con silenziatore applicabile, una bomba a mano di notevole potenza”, “detonatori, bombolette spray e una paletta segnaletica in uso alle forze di Polizia”. Nella circostanza la Conforto aveva dichiarato “di ospitare la coppia, da lei occasionalmente conosciuta al Pincio, dalla precedente Pasqua e di non aver mai nutrito sospetti sia sulla vera identità dell’uomo e della donna, presentatisi come Enrico e Gabriella, sia su quanto da loro posseduto”. Arrestata, la Conforto era deferita alla A.G. anche in ordine al delitto partecipazione a banda armata. In merito, si accertava che costei, docente di meccanica razionale all’Università di Cosenza, era coniugata con Corbò Massimo, ex aderente di “Potere Operaio”, che si era trasferito da tempo in Mozambico - ove ricopriva cariche ufficiali nel settore della stampa presso il governo di quel Paese - e frequentava Tutino Saverio, caporedattore della rubrica esteri del quotidiano “La Repubblica”, il quale aveva conversato durante incontri serali con “Enrico” e “Gabriella” ed, anzi li aveva accompagnati qualche volta in giro per la città. Inoltre, una sua zia - Conforto Anna Maria - era la proprietaria di una mansarda, interno 20, di Via di Porta Tiburtina n. 36, che era sullo stesso piano del locale in cui il 28 aprile 1977 era stato scoperto un covo eversivo: nell’occasione erano stati sequestrati un mitragliatore “SECO” calibro 9, 3 fucili, 9 pistole, numerosissime cartucce, opuscoli dei N.A.P., delle Brigate Rosse, delle Unità Comuniste Combattenti e targhe di auto, tra le quali quelle Roma N 96749 che erano state assegnate in origine alla Fiat 128 sottratta il 5 febbraio 1977 alla Società “Italimpex” ed usata, quindi, il 13 febbraio 1977 per l’attentato in danno dell’Ispettore Superiore degli Istituti di Pena dott. Traversi Valerio. Della base si era servito Rosati Luigi, marito della Faranda, denunciato in stato di detenzione. Non privo di significato era il particolare, rimarcato dalla DIGOS, secondo cui Bozzi Luciana in Ferrero, contitolare dell’appartamento di Via Gradoli affittato a , era in rapporti di amicizia con la Conforto: entrambe, in effetti, “tra gli anni 1969-1972 avevano lavorato presso il laboratorio di fisica e calcolo reattori della Casaccia” ed avevano, successivamente, “mantenuto frequenti contatti con il latitante Piperno Francesco”. Orbene, Giuliana Conforto non aveva remore a confessare, sin dall’interrogatorio dinanzi al P.M., che i due giovani le erano stati “raccomandati” proprio dal Piperno - suo collega nell’ateneo calabrese - e descritti come “persone oneste e corrette” che prestavano la loro opera “nella rivista Metropoli o nella rivista Pre-print”, collaborando con lo stesso Piperno “alla sua attività politica e a quella del suo gruppo e cioè Oreste Scalzone, Lanfranco Pace ed altri”. Contro i protagonisti di un caso così ambiguo si procedeva con rito direttissimo per i reati concernenti le armi e con sentenza del 4 luglio il Tribunale di Roma condannava il Morucci e la Faranda alla pena complessiva di anni 7 di reclusione e L. 2.000.000 di multa, mentre assolveva la Conforto per insufficienza di prove. Il provvedimento era impugnato sia dal Pubblico Ministero, sia dai giudicati. Per le altre imputazioni, invece, l’organo competente chiedeva istruzione formale. In tale sede, Morucci Valerio e Adriana Faranda si avvalevano, dichiarandosi prigionieri politici, della facoltà di non rispondere e solo spiegavano che la Conforto non era a conoscenza della loro condizione né della natura degli oggetti, che essi avevano portato in casa. Al contrario, la Conforto ribadiva le sue affermazioni e insisteva sulle responsabilità di Francesco Piperno, pure di fronte alla diversa versione dei fatti che questi avrebbe prospettato in prosieguo. Il quadro si completava allorché si riusciva a stabilire, dalle ammissioni degli interessati, che in pratica alla vicenda non era estraneo Lanfranco Pace, il quale aveva avuto con la donna il primo approccio onde trovare ricetto ai due latitanti. Il Pace, che del resto si era preoccupato dall’inizio del 1979 di sistemare il Morucci e la Faranda nell’abitazione di Candido Aurelio, giornalista del “Messaggero”, e in altri appartamenti di “amici” fidati, si era recato dalla Conforto e, parlando anche a nome del Piperno, l’aveva sollecitata ad accogliere “per un breve periodo una coppia di compagni” che “avrebbero potuto avere noie con la giustizia”. Fissato un appuntamento con il Piperno presso l’Università aquilana, Giuliana Conforto si era lasciata convincere dalle “garanzie” fornitele, “in relazione al compito comportamento dei due”, ed aveva dato il suo consenso al “trasferimento” di “Enrico” e “Gabriella” in Viale Giulio Cesare.

Ma l’episodio era destinato ad assumere maggior rilievo dopo la pubblicazione su “Metropoli”, nel giugno del 1979, di un fumetto, disegnato da Madaudo Giuseppe, sull’agguato di Via Fani e sulla cattura di , che rivelava una serie di elementi all’epoca del tutto ignoti. Poiché in un personaggio del racconto non era difficile ravvisare l’on. Claudio Signorile, il G.I. decideva di escutere il parlamentare socialista per avere ragguagli sulla attendibilità della chiamata in causa. Sentito il 26 giugno, il Signorile precisava, senza indugi, che in effetti, “durante l’ultima fase del sequestro dell’on. Moro, il P.S.I. aveva sviluppato una linea politica tendente ad ottenere la salvezza del sequestrato attraverso un atto autonomo dello Stato, che consentisse uno scambio con la persona dell’on. Moro”. E, nello sforzo “di capire se una linea del genere” poteva essere considerata come suscettibile “di favorevole evoluzione”, si era cercato, nel contesto “di altri tentativi”, un interlocutore “per una eventuale reazione positiva da parte delle Brigate Rosse”. D’accordo con il direttore dell’Espresso Livio Zanetti, che tuttavia aveva manifestato “la sua contrarietà ad ogni trattativa”, si era convenuto “che sarebbe stato utile un incontro con Mario Scialoja e ”. “L’incontro” era avvenuto “in un giorno di aprile intorno alla metà del mese” in casa dello Zanetti e vi avevano partecipato i soggetti indicati. Il tema della conversazione aveva toccato “questi punti sostanziali: la valutazione fatta dal Piperno della insufficienza del solo atto di clemenza da parte dello Stato per sbloccare il problema Moro, e ciò in coerenza con le posizioni assunte dalle P.R.; la necessità di un intervento che consentisse un riconoscimento di fatto delle BR come interlocutore politico”. Il Piperno aveva sostenuto “che la richiesta della liberazione di ben tredici detenuti non aveva - a suo giudizio - un valore assoluto, prevalendo il significato politico che poteva rilevarsi da un atto che implicasse quel riconoscimento di fatto, al quale le BR ambivano”. Comunque il docente calabrese, che aveva tenuto “sempre ad escludere ogni suo contatto” con esponenti “della organizzazione”, “limitandosi a dire che poteva capirli, nel senso che poteva intendere come funzionava il sistema mentale o meglio il codice di valore dei brigatisti”, aveva posto in evidenza che l’iniziativa “del PSI non era di per sé sufficiente a sbloccare la situazione, ma che occorreva un altro tipo di intervento, che avesse caratteristiche, ufficiali o ufficiose, di maggiore rappresentatività”. Nell’occasione si era accennato anche “alle possibilità che allora si agitavano e cioè gli interventi dell’Amnesty International, della Croce Rossa, del Vaticano e della stessa Democrazia Cristiana, ma in termini molto generici”. Insomma, come soggiungeva Livio Zanetti, Piperno aveva asserito che “le BR non avevano interesse ad uccidere Moro e che molto dipendeva da quello che poteva essere inventato, non tanto dal P.S.I., quanto dalla D.C. La D.C. doveva prendere e rendere pubblica qualche interessante iniziativa”. In una riunione successiva - alla presenza di Lanfranco Pace che, però, era rimasto “assolutamente silenzioso” - si era delineato “con maggiore precisione il ruolo che poteva essere assunto dalla D.C. o da un suo autorevole esponente. Cioè era necessario che l’intervento di un autorevole esponente della D.C. importasse almeno di fatto una trattativa con le BR e, quindi, un riconoscimento delle stesse”. “Nel periodo di tempo compreso tra il 24 aprile e il 5 maggio 1978”, ovvero “sicuramente il 4 o il 5 maggio 1978” e in ogni caso “prima del comunicato BR n. 9”, Franco Piperno, nel corso di un nuovo colloquio, da lui “sollecitato”, aveva ribadito “la necessità di un urgente atto visibile da parte della D.C. per salvare la vita dell’on. Moro od almeno per ritardare i programmi eventuali delle B.R. per interrompere i termini”. L’on. Signorile. Dopo avere informato il segretario del suo partito, si era rivolto il 6 maggio al sen. Amintore Fanfani per “una presa di posizione anche se cauta, senza far riferimento, peraltro, ai discorsi con Piperno”. Il sen. Fanfani aveva telefonato al presidente del gruppo dei senatori democristiani Giuseppe Bartolomei, “chiedendogli - nell’ambito del comunicato della delegazione D.C. - di fare un accenno all’esigenza di non trascurare nulla per salvare la vita dell’on. Moro”. E il giorno seguente agenzie di stampa e giornali avevano “pubblicato una dichiarazione in tal senso del sen. Bartolomei”. Conforme in proposito era la deposizione del Presidente del Senato, il quale, dinanzi alla prospettazione “di uno scambio tra l’on. Moro ed un prigioniero comunista” e della utilità di una sua “pubblica dichiarazione che facesse conoscere come la D.C. riduceva le sue opposizioni ad una ipotesi di scambio”, aveva replicato che “il problema riguardava le autorità competenti dello Stato” e che nella sua veste istituzionale non intendeva “pregiudicare la libertà di decisione sia del Governo che della D.C.”. La scelta di sensibilizzare il sen. Bartolomei ad una uscita che “potesse ottenere l’effetto di non far precipitare la situazione” era stata adottata nella piena consapevolezza dei margini entro cui l’ipotesi andava circoscritta. Della vicenda egli aveva avvertito subito la Presidenza della Repubblica, “dato che l’on. Signorile aveva aggiunto che l’avv. Giuliano Vassalli sarebbe stato in condizione di indicare qualche persona che poteva eventualmente essere scambiata con l’on. Moro”. “Il lunedì successivo - 8 maggio 1978 - l’on. Craxi aveva chiesto “di vederlo”: nel frangente il segretario del P.S.I. aveva espresso “la sua viva preoccupazione” ed aveva ripetuto “che, mentre auspicava un approfondimento del problema giuridico dello scambio, sarebbe stato quanto mai utile, per non dire indifferibile, qualche manifestazione pubblica di attenuato rigore da parte della D.C. intorno al noto problema”. Il sen. Fanfani aveva promesso che in sede di direzione della D.C. - già convocata - avrebbe senz’altro “preso la parola per invitare ad un approfondimento di una così grave questione”. Per suo conto, l’on. Bettino Craxi spiegava che “in una prima fase, aderendo ad una sollecitazione della signora Eleonora Moro”, aveva pregato l’avv. Giannino Guiso, difensore di alcuni brigatisti nel processo che si stava celebrando a Torino, “di prendere contatti con i suoi clienti” e di acquisire “elementi che potessero orientare ai fini di una soluzione positiva del caso”. Attraverso le notizie che si erano raccolte, i socialisti avevano “maturato la convinzione che senza una contropartita la sorte di Moro era segnata”. Vi erano stati “frequenti” incontri con l’avv. Guiso, dai quali si erano “ricavati suggerimenti e valutazioni ma nessun dato di fatto determinante”. “Dell’avvio di questi contatti” era stato “informato il Ministro degli Interni” on. Francesco Cossiga. L’on. Craxi affermava, ancora, di avere autorizzato Claudio Signorile agli approcci con militanti “della c.d. Autonomia” ed, anzi, personalmente, il 6 maggio 1978 si era visto con Lanfranco Pace, che, appunto, si era qualificato come aderente “del movimento di Autonomia”: costui era stato accompagnato all’Hotel Rafael, ove alloggiava Craxi, dal sen. Antonio Landolfi. Durante la conversazione il Pace aveva sostenuto “che secondo la sua valutazione la situazione stava precipitando e che bisognava fare qualche cosa”. “Gli chiesi se poteva avere dei contatti con i brigatisti. Lui rispose che era una cosa molto difficile. Io per tagliare di netto dissi: giunti al punto in cui siamo, io posso pigliare in considerazione soltanto delle prove; una prova che Moro sia vivo e che lo scambio cui si faceva cenno nelle sue lettere - e che io interpretavo come uno scambio di uno contro uno - era una cosa realizzabile. Io mi comportai e lo trattai come in quel periodo trattai molta gente che veniva a formulare questioni. Conclusi dicendogli che se c’era qualcosa di concreto noi eravamo a disposizione. Gli dissi che il lunedì sarei rientrato a Roma da Milano e che se c’era qualcosa me lo avrebbe dovuto far sapere. Il Pace rispose che era molto difficile e che occorreva l’intervento di un esponente della D.C. Il lunedì attesi invano una prova o un contatto che non venne”. Da ultimo, in sede di confronto con il Pace, Bettino Craxi specificava che “a conclusione del discorso” aveva soggiunto che “per smuovere la D.C.” avrebbe “dovuto avere in mano. una prova che Moro fosse ancora in vita e, per esempio, sarebbe stato utile ricevere uno scritto dell’on. Moro con la frase convenzionale “misura per misura”. Immediate le precisazioni di Antonio Landolfi che metterà meglio a fuoco il ruolo di Lanfranco Pace con cui, “per caso”, il 6 maggio verso le 12, si era imbattuto nella zona tra Piazza Navona ed il Pantheon. Avendo il Pace “manifestato l’opinione che, se il P.S.I. avesse insistito nella posizione di esperire qualsiasi tentativo per salvare la vita dell’on. Moro, si sarebbe aperto qualche spiraglio”, il parlamentare lo aveva invitato a “continuare la conversazione con il segretario del partito”. E nel pomeriggio, per le 15-15,30, era stato fissato l’appuntamento già ricordato dall’on. Craxi: il Pace, nel rimarcare l’importanza della “funzione che, a suo giudizio, ed a giudizio dei suoi amici e degli appartenenti al suo gruppo politico, poteva assumere il P.S.I. perché si arrivasse ad una soluzione del problema Moro”, aveva ribadito, di fronte alle perplessità si Bettino Craxi, “sul fatto che Moro fosse ancora vivo”, che “la situazione era bensì grave ma ancora suscettibile di una soluzione positiva, se i socialisti avessero potuto esprimere una iniziativa ancora più chiara ed esplicita”. Ebbene, in base a tutte queste emergenze, vagliate “in logica coordinazione tra loro”, il G.I., ravvisando sufficienti indizi di colpevolezza a carico del Piperno e del Pace, del Morucci e della Faranda, spiccava il 29 agosto 1979 mandato di cattura in ordine a tutti i reati contestati agli altri imputati. Interrogati dopo la loro estradizione dalla Francia, deliberata il 17 ottobre e il 7 novembre 1979 dalla Chambre d’accusation di Parigi, sia il Piperno sia il Pace cercavano di minimizzare gli avvenimenti, fornendo al riguardo una congerie di giustificazioni che contrastavano obiettivamente, ora in maniera palese, ora in modo sfumato, con la ricostruzione articolata da Giuliana Conforto e dai parlamentari del Partito Socialista Italiano.

Ma proprio esaminando numerosi reperti di Viale Giulio Cesare, gli inquirenti avevano l’opportunità di evidenziare una serie di circostanze di notevole interesse che contribuivano a far luce sul “funzionamento dell’organizzazione” e sui contenuti del dibattito ideologico-strategico- operativo instauratosi all’interno della stessa. Oltre al solito manuale con le “Norme di sicurezza e stato di lavoro per le forze irregolari” - rinvenuto pure in Via di Porta Tiburtina 36, in Via Gradoli o negli altri covi scoperti nel nord-Italia - e a molti opuscoli di natura eversiva, da talune fonti documentali inedite si traeva la certezza della esistenza di dispute accese che stavano incrinando una struttura “rigida”, per definizione “compartimentata” ad ogni livello: Così, un dattiloscritto (rep. 182), del quale era stata recuperata una incompleta minuta di pugno del Morucci e della Faranda (rep. 255), accennava alla “necessità di dare una più completa informazione sulle vicende che hanno portato all’uscita dall’O. di sette compagni”, dopo “una discussione partita dalla prima stesura di un documento sulla situazione romana che doveva esser redatto” dalla direzione di colonna. “Attorno ai problemi derivanti dalla specificità del referente romano, la discussione si era successivamente allargata, anche se in maniera disorganica e frammentaria, fino a tentare un approfondimento di alcuni temi generali” proposti “dalla risoluzione n. 3 della Direzione Strategica - “e in realtà dimostratisi indiscutibili” - “nonché un approfondimento complessivo sull’analisi della composizione e sui comportamenti di classe”. La “posizione” degli inquilini di Viale Giulio Cesare, in realtà, era stata ampiamente sintetizzata nell’elaborato “Fase, passato, presente e futuro, un contributo critico” (rep. 2129) e, sostanzialmente, si era incentrata sulla percezione che “tali comportamenti, soprattutto se radicati e massificati. dovessero essere analizzati politicamente in basse ai contenuti che esprimevano e alla loro potenzialità eversiva”. “Purtroppo i contenuti e i comportamenti di classe già espressi in anni di lotte venivano “individualizzati” (analizzati cioè non più come fenomeni di massa, ma atteggiamenti di “singoli soggetti”) e venivano “interpretati” dall’O. secondo classificazioni ‘morali’ e non politiche, riducendo il nostro referente politico ad una fascia ben povera e ristretta di proletariato, completamente “invertita” rispetto alla tendenza storica di sviluppo delle forze produttive, indotto dallo stesso conflitto di classe. Quanto ai nuovi contenuti che si sono da poco inseriti nei comportamenti di classe, viene già esemplificato nel documento politico come siano considerati dall’O.!”. Ebbene, “questa esigenza di lettura e comprensione . delle lotte operaie e proletarie”, che si era inteso “sviluppare internamente e con il metodo corretto della discussione e della elaborazione collettiva” in direzione di colonna, era stato, “invece, arbitrariamente interpretato come linea politica contrapposta all’O.”. Da qui “la condanna” della “critica di rinnegati” all’isolamento, al conflitto, all’annientamento, alla criminalizzazione e la denuncia dei loro “comportamenti deviazionistici piccolo-borghesi”, della “manovra” che “da lungo tempo era in atto” e del “gioco diretto da Scalzone o da chissachi”, che avrebbe anche scritto “il documento” che aveva dato origine alla diaspora. “L’attuazione di questa macabra strumentazione è una conseguenza della costituzione di uno stato “dentro” lo Stato, costruito in modo tanto accuratamente “speculare” da farlo crescere altrettanto stupido. La malafede dell’O., quando afferma che avremmo “colpito” in modo del tutto inaspettato, è dimostrata dal fatto che il giorno dopo che avevamo esposto compiutamente la nostra posizione (su espressa richiesta della direzione dell’O.), posizione che il compagno dell’esecutivo, incaricato della “indagine conoscitiva”, aveva subito definito fuori dalla linea e dalla storia dell’O., due compagni della direzione di colonna si sono precipitati a casa nostra, dicendo che per “garanzia” e mancanza di fiducia dovevamo fare inventario immediato del materiale in nostro possesso e trasferirci subito dopo nel luogo di “confino”. Ma lo “spazio politico” di un “carcere del popolo” riservato questa volta a dei compagni ritenuti “non in linea”, non ci è sembrato francamente sufficiente per condurre la nostra battaglia. Preferiamo lasciare il provvedimento di “confino politico” alla magistratura, alla Legge Reale, alla Polizia che ne esegue le direttive. Per quanto ci riguarda, abbiamo assunto nei confronti della “nuovissima” polizia del proletariato il medesimo atteggiamento che tutti i compagni che combattono, in nome e per la conquista della libertà e del comunismo, hanno da sempre riservato a tutte le polizie. E il nostro diritto di continuare a combattere non ci sarà certo negato da una burocrazia neo- stalinista che si fregia arbitrariamente del titolo di “partito del proletariato” e prefigura un regime a fronte del quale il Capitalismo o la sua “falsa” democrazia rappresentano certo un paradiso terrestre. Altro fatto rivelatore di questa malafede è che ancora prima di quell’esposizione, compagni della D.d.C. avevano già affermato all’interno delle strutture di lavoro che saremmo usciti in tre o quattro”. Comunque, nel diffidare coloro che avevano lanciato simili “calunnie” dal proseguire in inaccettabili atteggiamenti - “quali la folle scompartimentazione di tutti i compagni usciti”, le “visite domiciliari fatte. da ricercati o da altri che potrebbero esserlo presto”, il sollecitare “l’appoggio del movimento (peraltro fermamente negato)”, il parlare “con compagni non dell’O.” della “fuga, con furto, di due banditi” - gli autori dell’analisi precisavano che, sebbene in “posizione politica alternativa a quella dell’O.”, non se ne proponevano però “la distruzione”, perché “si porterebbe dietro la perdita di un riferimento essenziale per la costruzione di un processo unitario di partito, fatto che darebbe la stura a comportamenti anarchici e dispersivi sulla diffusione endemica e disgregata della guerriglia”. In tale ottica, dunque, assumeva un peculiare significato la “Bozza di discussione per la costruzione dei N.T. del M.C.C.”, e cioè dei Nuclei Territoriali del Movimento Comunista Combattente (rep. 183). Dopo aver premesso che la “questione nuova, più avanzata, più importante è la possibilità di determinare dal basso una forma di organizzazione che alluda al partito e che si fondi sulla radicalità dei bisogni antagonisti espressi dal proletariato”, il documento affermava che “i colpi inferti dal terrorismo al sistema politico sono stati in alcuni casi mortali, e comunque hanno accelerato il processo di disgregazione di un ceto di direzione del paese formale che aveva fondato la propria legittimità sulla normalizzazione. Non solo, il terrorismo è entrato di diritto come terza forza nella dialettica istituzionale nel senso che le crisi politiche, le relazioni dei congressi dei partiti, la stragrande maggioranza degli atti inerenti al politico sono funzionali non più ad esorcizzare il problema, ma in qualche modo ad assumerlo come variabile del gioco”. Tuttavia, “essere riconosciuti come referente delle istituzioni non vuol dire automaticamente dirigere il movimento proletario. La direzione generalmente non coincide mai con la delega”. 279 Ormai, “sono maturate le condizioni per la rottura del meccanismo”, superando i vecchi schematismi degli “sportaneisti” autonomi e delle Organizzazioni Combattenti Comuniste: “i primi identificano valorizzazione e transizione e quindi negano la funzione partito, i secondi ripropongono una visione piatta e tardolenista del partito e della dittatura del proletariato”. “Noi, al contrario degli uni e degli altri pensiamo che questo Stato trovi legittimazione (valorizzazione) sulla capacità di produrre ricchezza e di distribuirla (consenso). Questo consenso si fonda sulla assunzione da parte capitalistica dei comportamenti antagonisti (usando l’alto livello dei mezzi di produzione) nelle leggi del mercato. Siffatta operazione determina nel proletariato una spaccatura orizzontale tra chi accetta il terreno della mediazione (lavoro, denaro, istituzioni) e chi invece afferma, per ora solo a livello di comportamenti e di sperimentazione un modello sociale differente. Esaltare, grigliare, organizzare questi comportamenti e contrapporli sul terreno della guerra all’organizzazione sociale dominante è il compito nuovo del partito. Vogliamo affermare nella pratica la possibilità da parte proletaria di organizzarsi per vincere. Organizzarsi sui propri bisogni, sul proprio “quotidiano”, dove si vive, dove si lavora, dove si “non lavora” per ottenere dei risultati, delle migliori 280 condizioni di vita e di potere, attraverso il formidabile strumento della l.a<> E non si tratta soltanto di rivendicazioni risolte con le armi, ma di porre il problema del partito riportandolo sulle gambe, togliendo il dibattito dai C.C. delle frazioni organizzate più o meno forti, riportandolo in mezzo alle migliaia di avanguardie espresse dal proletariato metropolitano”. Espressioni chiarissime che trovavano indiretta conferma in altro documento (rep. 185) - “Contributo al dibattito” - di sicuro redatto qualche giorno prima dell’arresto del Morucci e della Faranda, giacché in esso v’era già menzione “dell’operazione 7 aprile” che aveva “portato alla cattura di alcuni compagni tra i più impiegati nel movimento rivoluzionario”. In verità, il nodo di fondo affrontato nel dattiloscritto, attribuibile per il suo tenore ad un detenuto non identificato, “è quello relativo ai campi” carcerari e alla condizione dei “compagni imprigionati”, i quali, “non solo non sono persi, non solo possono svolgere il proprio ruolo di avanguardie interne. ma fanno parte di un settore del proletariato sempre più cosciente e combattivo, dove le carceri - lungi dal divenire isole pacificate - traducono sempre più forme irriducibili di antagonismo proletario, oltre ad una urgente esigenza di organizzazione”. Occorreva, però, che ciò avvenisse, non per via spontanea, nell’illusione di ripetere in una situazione totalmente diversa le rivolte dei primi anni 70, ma stabilendo un giusto rapporto con la lotta di massa, innervando quella qualità di organizzazione che sola può consentire il potere rosso. Al di là di sterili “manifestazioni di solidarietà o di semplici misure garantiste”, che nulla potevano aggiungere ai risultati ottenuti dalla “guerriglia” con le operazioni Tartaglione e Paolella”, era indispensabile, attraverso il coordinamento di “iniziative simultanee sul carcerario e all’esterno”, seguire “l’aspro tracciato su cui, materialmente, l’ingovernabilità delle carceri si lega a quella del territorio”. “La parola d’ordine” doveva essere, dunque, “Vietnamizzazione”, che significava “rendere ingovernabili le carceri”, “portare la conflittualità all’interno di tutto il sistema carcerario”, “far fallire il progetto di differenziazione multipla attuato nelle carceri normali con 282 annesse sezioni speciali”. La conclusione era trionfalistica: “e il nemico che ci ha accerchiato si troverà a sua volta accerchiato. Non sarà facile, ci vorrà del tempo, ma possiamo dire sin d’ora che il vento che soffia sulla torre preannuncia la tempesta che s’addensa sulle montagne”. Diversi reperti ancora - 212, 221, 224, 241, 252, 255, 267 - insistevano su concetti oggettivamente in contrasto con la linea articolata dal gruppo di vertice delle Brigate Rosse e sul fatto che comunque “il passaggio alla guerra civile non è quindi doveroso perché il nemico sta applicando una strategia di annientamento, ma possibile, perché il proletariato ha spinto la propria autonomia e la propria indipendenza, ed il programma concreto, che ne consegue, di rifiuto, di riappropriazione e di distruzione, fino alla scelta della lotta armata”. “La scelta della guerra è basata su una possibilità offensiva, non su una costrizione difensiva”. Non era difficile comprendere l’assoluta preferenza per i principi che avevano determi- nato la costituzione del M.P.R.O. - Movimento Proletario di Resistenza Offensivo - e per il momento “movimentista” rispetto a quello “organizzazionista”. Mentre si accentuavano i toni di una polemica sempre più dura, con accuse contro “l’O. che si barrica dietro una quanto meno discutibile teoria dell’avanguardia, rifiutandosi costantemente di sviluppare tutte le implicazioni che il ruolo di avanguardia comporta”, mostrandosi “ridicola”, “gretta”, “ingenua”, tanto da obbligare suoi adepti ad una “autocensura” e, in pratica, ad una istanza di dimissioni dalla direzione di colonna pur con la riaffermazione della totale disponibilità ad esser “diretti” da altri “compagni” della struttura. Si era, dunque, arrivati a quella “spaccatura” che avrebbe indotto l’Esecutivo a prendere decisioni drastiche, onde tentare di risolvere definitivamente, e nel migliore dei modi, il contenzioso aperto con militanti della prim’ora che avevano la capacità e gli appoggi per recitare un ruolo non secondario nell’ambito della strategia eversiva. 284 Ma non erano esclusivamente queste “novità” - per quanto in grado di condizionare tutte le riflessioni sulle caratteristiche del fenomeno terroristico, sulle responsabilità delle opzioni generali o particolari, sui rapporti con altre formazioni “combattenti” e non - a richiedere un’ attenta disamina da parte degli inquirenti. In effetti, insieme alla lunga, meticolosa, quasi maniacale elencazione di armi, munizioni, esplosivi e di altro materiale da utilizzare in imprese cruente, come manette, giubbotti antiproiettili, timers, timbri di Enti pubblici e di notai, ecc., vi era una ingente raccolta di documenti riguardanti il c.d. “settore logistico” e di oggetti che collegavano la base di Viale Giulio Cesare con vari covi delle Brigate Rosse, tra cui quello di Via Gradoli, e con singoli episodi rivendicati dalla banda. Di eccezionale valore probatorio si rivelavano: 1) un timbro con la scritta “E c/c postali 4 Roma Prati - 800 - 21 ottobre 1976”, identico ad altri di Via Gradoli (rep. 107-132); 2) un timbro con la scritta “E c/c postali 4 Roma Prati - 416 - 5 settembre 1977” identico ad altro trovato in Via Gradoli (rep. 98); 3) un timbro con la scritta “E c/c postali 3 - Roma Succ. 36 - 470 - 19 gennaio 1978”, identico ad altro sequestrato in Via Gradoli. Un timbro del genere era stato usato per la falsificazione dei bolli di circolazione delle autovetture impiegate nell’azione di Via Fani (rep. 205); 4) 14 certificati di assicurazione in bianco intestati a “Les Assurances Nationales I.A.R.D.” dello stesso tipo di quelli reperiti in Via Gradoli ed esposti su alcune macchine di Via Fani e sulla Renault di Via Caetani. Tali moduli facevano parte di uno stesso stock rubato(rep. 205); 5) l’originale di una autorizzazione alla conduzione di automezzi della “Coca Cola Italiana” in favore di Coroneos Dimitri, autenticata dal notaio Ferrario di Milano. La fotocopia dell’atto era tra i reperti di Via Gradoli (rep. 261); 6) la polizza di assicurazione stipulata da Cosumano Giovanni, proprietario della A 112 recuperata in Via Stresa con la targa non propria P 55430 subito dopo l’eccidio della scorta dell’on. Moro (rep. 205); 7) una fotocopia del foglio complementare dell’A.C.I. concernente la Fiat 128 blue targata Roma N 96749, di proprietà della società “Italimpex”, adoperata per portare a termine l’attentato contro Valerio Traversi dopo che al veicolo erano state apposte le targhe false Roma N65635 (rep. 261). Le targhe originali erano state scovate in Via di Porta Tiburtina n. 36; 8) il certificato di assicurazione e talune pagine della carta di circolazione della Fiat 128 gialla targata Roma R 92751 sottratta a Salvatori Alberto il 21 ottobre 1977 sul Lungotevere, all’altezza del Porto di Ripetta (rep. 211). Nella stessa circostanza gli ignoti si erano impossessati della Fiat 126 targata Roma R 73245 di Funaro Gabriella. L’auto del Salvatori era stata impiegata nell’agguato in danno di Publio Fiori; 9) il foglio complementare e parte della carta di circolazione della predetta Fiat 126 della Funaro Gabriella (rep. 211); 10) un tesserino del C.O.N.I. completo di fotografia, assegnato a Sforza Donato, ed una tessera di riduzione ferroviaria del Ministero degli Interni, rilasciata allo stesso il 14 luglio 1970 (rep. 48 e 51). In merito si accertava che lo Sforza, dipendente del Comitato Olimpico, era stato aggredito il 20 luglio 1975 in Piazza De Bosis da due individui, uno dei quali armato di pistola, che si erano impadroniti di uno zainetto contenente i documenti indicati ed un’altra tessera dell’ente presso cui prestava servizio, poi rinvenuta, nel giugno del 1976, da impiegati delle PP.TT. in una cassetta di impostazione. Al momento della restituzione, negli uffici del 2° Distretto di Polizia, Sforza Donato aveva aggiunto che la persona effigiata nella foto applicatavi somigliava ad uno degli autori della rapina. Successivamente le indagini avevano consentito di identificare il soggetto in questione in Davoli Giancarlo, ex componente di “Potere Operaio” e amico di Valerio Morucci, che si era reso latitante, abbandonando precipitosamente il territorio italiano, perché sospettato di militare nelle Brigate Rosse; 11) il mandato di pagamento dell’una tantum per la Fiat 128 targata Roma M 86693 della Compagnia Internazionale Carrozze Letto e Turismo, rubata a Milano in Via Bottelli il 14 novembre 1976 e, quindi, trovata il 26 novembre munita di targa falsa MI V 16434: secondo la DIGOS la vettura era servita per un assalto, in cui era coinvolto Alasia Walter (rep. 242); 12) i contrassegni per tassa automobilistica e per assicurazione, nonché la carta di circolazione e due moduli di versamento relativi alla Fiat 128 targata Roma R 21557 intestata al Banco di Napoli e utilizzata dalla direzione romana. I documenti originali di questa macchina non erano stati mai trafugati né smarriti (rep. 211). Si stabiliva soltanto che la medesima era di solito custodita nel garage Eada di Via Pallacorda n. 4, ove pure l’istituto di credito faceva ricoverare la Fiat 132 targata Roma P 79560 messa a disposizione del direttore. Ebbene, targhe con tali dati erano state applicate proprio all’auto sulla quale i brigatisti avevano caricato l’on. Moro; 13) un contrassegno di assicurazione, un bollo e una carta di circolazione falsificati, con l’indicazione del numero di telaio 1432422 di una Fiat 128 sottratta il 14 novembre 1978 a Medei Giorgio in Via Albertario; 14) la patente esibita agli agenti da Faranda Adriana, con il nome di Lombardo Maria Rosaria: costei, in realtà, non aveva subito alcun furto, ma aveva insegnato presso la scuola “Bruno Buozzi” in località La Storta, dove avevano lavorato Baiocchi Giulia, Bertoli Susanna, Lozzi Claudio e Coviello Angela, le cui generalità erano state registrate sui manoscritti sequestrati in Via Gradoli; 15) fotocopie di patenti e documenti di Ciuchi Maurizio, Cecoli Matilde, Chessa Pietro, Cuzzuppoli Marco, Capponi Massimo, De Luca Ivo, Fanali Franco, Lattanzi Giampiero, Nucci Vittorio, Saracino Cosimo, identiche a quelle di Via Monte Nevoso; 16) schede alfabetiche con indirizzi, sottratte dall’archivio del “Centro di formazione professionale” di Genova nel corso dell’attentato in cui era stato ferito il prof. Filippo Peschiera (rep. 167): altre schede erano state recuperate a Milano in Via Monte Nevoso (rep. 167); 17) appunti attinenti a ufficiali dei Carabinieri, funzionari di P.S. e delle carceri, magistrati, esponenti politici e del mondo economico; 18) annotazioni sulla Fiat 128 Sport targata Roma R 08583 di proprietà di una società controllata dal consigliere democristiano avv. Italo Schettini, il cui autista Lanfranchi Sergio, aveva abitato in effetti in Via Vacuna. Un ulteriore riferimento riguardava la Fiat 500 targata Roma E 52264 di Bellini Leda che aveva collaborato per anni con lo stesso Schettini nell’amministrazione di aziende immobiliari ed aveva il domicilio proprio in Via Irpino 41 (rep. 247). L’auto era stata usata qualche volta dal professionista e veniva parcheggiata sempre nei paraggi del suo studio di Via Ticino n. 6; 19) un apparecchio radio-ricevente marca “Amtocraft”, capace di captare tutti i canali usati dalle forze dell’ordine; 20) schizzi planimetrici che rappresentavano vari piani dell’edificio di Piazza Nicosia, sede del Comitato Romano della D.C. (rep. 198). In proposito la DIGOS con rapporto del 31 maggio precisava che, a seguito “di un nuovo attento sopralluogo”, si era avuta “conferma che gli schizzi planimetrici sequestrati nella stanza occupata dalla Faranda e dal Morucci riproducevano perfettamente la dislocazione” degli uffici, addirittura con una minuziosa ed esatta raffigurazione dei mobili e degli oggetti di arredamento, nonché “gli ingressi dello stabile”. Da ciò doveva desumersi che i disegni erano stati predisposti nell’ambito del “progetto preparatorio dell’azione criminosa”.

Del pari, gli investigatori segnalavano che “il Morucci, spacciandosi per tale signor Marchetti, era cliente abituale e stimato dall’armeria Bonvicini, sita in Via Oslavia n. 44-46, presso la quale aveva acquistato in diverse riprese, fondine e parti di pistole, nonché, soprattutto, corpetti antiproiettile”. Sia la signora Ciani Bonvicini Milva, sia il figlio Massimiliano, sia taluni commessi del negozio non avevano avuto difficoltà a riconoscere in Morucci Valerio “l’affezionato, simpatico e distinto” personaggio a cui, nel febbraio o marzo 1979, si era arrivati ad offrire “una non trascurabile percentuale di guadagno per ogni articolo” della “Body Protector” che fosse riuscito a “piazzare”. Nella occasione, per di più, al Morucci era stata consegnata quella copia fotostatica della lettera del “Banco Nazionale di prova delle Armi da fuoco” - nella quale si illustravano i risultati degli esperimenti compiuti sui giubbotti citati - che era stata, poi, reperita in casa di Giuliana Conforto

Nel rimarcare “l’intollerabile leggerezza” dei titolari dell’esercizio, l’estensore della denuncia si chiedeva se non era “forse il caso di ipotizzare fattispecie di reato”, considerato “che l’armeria Bonvicini era stata più volte sensibilizzata “ad una maggiore severità”, in quanto già meta di accertamenti relativamente ad acquisti di armi e munizioni fatti dal sedicente, ben noto, Rossi Augusto”. Ancora, la DIGOS comunicava che dal B.K.A. tedesco si era ufficialmente appreso che il 9 giugno, verso le ore 8,15, il terrorista della “Baader Meinhof” Heiszler Rolf, da tempo ricercato, era stato arrestato a Francoforte, dopo un conflitto con la Polizia. Costui era in possesso di una carta d’identità rilasciata dal Comune di Roma a Katte Klitsche Theodoro, nato e residente nella capitale. Dalle indagini era emerso che in Roma “esisteva veramente” un avvocato civilista con un simile nome, i cui dati anagrafici non corrispondevano in pieno con quelli trascritti sul documento in questione. E però, il legale aveva dichiarato di avere smarrito la propria carta d’identità da circa dieci anni e di non averne comunque richiesto duplicato. In ogni caso il modulo utilizzato da Heiszler Rolf “faceva parte dello stock rubato nel Comune di Sala Comacina il 19 febbraio 1972”, come, del resto, quelli repertati nei covi di Via Gradoli e Viale Giulio Cesare. Infine, il Ministero degli Interni informava che la bomba a mano “di notevole potenza” custodita nella base del Morucci e della Faranda era, in pratica, una delle granate a strappo di fabbricazione svizzera “HG 43” rubate nel deposito militare elvetico di Ponte Brolla. Ordigni dello stesso tipo, oltre che in Via Gradoli e nelle località in precedenza indicate, erano stati ritrovati a Barcellona, su un treno, il 7 aprile 1974 e in appartamenti clandestini della banda “Baader Meinhof” ad Amburgo e Francoforte. Avendo con provvedimento dell’8 giugno 1979 riunito, per ragioni ovvie di connessione, ai procedimenti già trattati in un unico contesto anche le altre inchieste pendenti a carico di imputati identificati e ignoti relative ai tanti attentati compiuti dalle Brigate Rosse, tra i quali il ferimento di Rossi Emilio, Cacciafesta Remo e Publio Fiori, il G.I. era, dunque, in grado di avere un quadro completo dell’attività dispiegata sino ad allora dall’organizzazione eversiva. Ed alla luce delle molteplici acquisizioni probatorie, poteva realisticamente ricostruire gli eventi con validi supporti testimoniali e tecnici.