Diario Di Una Maestrina

Diario Di Una Maestrina

Maria Giacobbe Diario di una maestrina Il Maestrale Tascabili . Narrativa Maria Giacobbe Diario di una maestrina Della stessa autrice con Il Maestrale: Il mare, 1997 Maschere e angeli nudi: ritratto d’un’infanzia, 1999 Gli arcipelaghi, 2001 Scenari d’esilio. Quindici parabole, 2003 Cura editoriale Giancarlo Porcu Grafica e impaginazione Nino Mele Imago multimedia © 2003, Edizioni Il Maestrale Redazione: via Monsignor Melas 15 - 08100 Nuoro Telefono e Fax 0784.31830 E-mail: [email protected] Internet: www.edizionimaestrale.com ISBN 88-86109-65-2 Il Maestrale Una ragazza di buona famiglia Nella casa dei miei nonni, che a quei tempi era an- cora la più bella del quartiere, crebbi sino ai sei anni credendomi ricca. Nelle casupole intorno abitavano piccoli contadini, muratori, braccianti, un asinaio, guardie carcerarie. Trattavo i loro bambini con pro- tettiva condiscendenza ma le amiche, quelle con le quali potevo annoiarmi con distinzione, le trovai già pronte nel parentado e nell’ambiente dei colleghi di mio padre. Nessuno però mi impediva di giocare con i figli delle lavoranti a giornata che due o tre volte al mese venivano da noi per le interminabili “cotte”: quintali di grano da macinare e trasformare in anemi- che sfoglie di pane bianco per la famiglia e in grosso pane scuro per i servi in campagna. Anche a noi bambine davano della pasta da gramo- lare “per cominciare a diventare massaie”. Ma se qual- cuno dei ragazzi osava avvicinarsi al tavolo dove le donne lavoravano, veniva respinto con parole di scher- no. “Giovanni-Lucia” era il nomignolo denso di ironia oscura ma sanguinosa dato ai maschi che manifestas- sero femminili preferenze. 7 In primavera abitavamo in campagna e un piccolo bello la sera sedersi attorno al fuoco sul quale, in un calesse tirato da un cavallino grigio ci portava ogni grande tegame nero, friggevano le patate. Poi di nuo- giorno a scuola. Spesso venivano ospiti, signorine e vo nella campagna in collina dove al sole autunnale giovanotti che la sera cantavano seduti sui gradini maturavano lentamente gli ultimi pomodori. Ci sta- del soggiorno. Nella vicina stalla muggivano i vitel- vamo sino a che l’inverno non ci convinceva a tornare li e lontano, nel sentiero dell’orto, brillavano gli oc- definitivamente a Nuoro nella grande casa che, ogni chi verdi della volpe. anno, al ritorno, mi sembrava nuova e abbagliante. Qui babbo mi insegnò a distinguere nel cielo le due Poi mi accorsi di sapere che non eravamo ricchi, la orse e la stella polare; qui senza saperlo ebbi il mio nostra era una “buona famiglia” ma non eravamo ricchi. primo amore nella persona di un giovane servo che is- Il patrimonio dei miei nonni si andava assottigliando sata sulle spalle mi portava a lunghi passi attraverso i divorato dalle imposte, e mio padre in seguito ad alcu- campi, mentre il vento gli gonfiava come una vela la ni sfortunati avvenimenti dovette andare all’estero. camicia di tela azzurra: mi sentivo altissima e mi Dopo la sua partenza la nostra vita apparentemente sembrava che poco sarebbe bastato per affondare la cambiò di poco: scendemmo a mangiare con la nonna mano nelle nuvole che giocavano nel cielo come agnel- e gli zii, chiudemmo il suo studio e questo fu per me li; qui ebbi il mio primo grande dolore per un nido gran sollievo perché il teschio che egli teneva sulla con quattro passeri che mi cadde nel pozzo e decisi di scrivania fu restituito da mia madre, piamente incar- non allevarne mai più, subito però qualcuno, creden- tato, all’ossario del cimitero e finì di popolare le mie do di consolarmi, me ne regalò un altro che accettai notti di macabre apparizioni. Disertammo “la camera per cortesia; qui ebbi in modo violento la sensazione dei bambini” perché da allora mamma ci accolse nel che il mondo era mutevole e che da un momento al- suo letto grande e bianco come un campo di neve. l’altro cose gravi potevano accadere: qui seppi appun- Avevo sette anni e finii di esser bambina. Divenni to che una sorellina era nata e che da allora l’intrusa di colpo la confidente adulta di una adulta. Mia ma- sarebbe stata tra me e mia madre. dre era ancora giovane e aveva bisogno di qualcuno D’estate c’era il mare, una cosa azzurra e lontana cui appoggiarsi: io ero riflessiva e silenziosa e con me che esisteva solo per alcuni mesi, poi cessava di ave- poteva parlare; per mia disgrazia capivo troppo, più re qualunque realtà. di quanto lei potesse sospettare, e divenni triste. In settembre ci spostavamo in montagna quando Erano gli anni della guerra civile in Spagna. Quasi già le prime erbe spuntavano sotto le querce ed era tutte le persone che io conoscevo parteggiavano per “i 8 9 rossi” e la mattina, porte e finestre sprangate, mentre Molte erano le cose proibite, quasi tutte, e mi abi- mi rifaceva le trecce e mi preparava per la scuola, tuai a credere che nulla si poteva fare senza che qual- mamma ascoltava Radio Barcellona. Avevo idee con- cuno avesse il diritto di gridare una condanna che fuse su tutto ciò, soltanto sapevo che in un paese non impegnava la terra e il cielo. Per fare le cose proibite lontano dalla Sardegna e a questa molto somigliante si ci voleva coraggio e io ammiravo il coraggio. combatteva “per la libertà”. C’era stata anche un’altra guerra, in Africa. E me Libertà era una parola che mi piaceva e avrei volu- ne ero accorta perché un nostro vicino bracciante era to dirla a voce alta, correre per le strade gridandola a partito “per guadagnarsi un po’ di soldi”, come dice- gola aperta, affacciarmi alla finestra e dire “libertà” va la moglie, ed era morto. I figli, anche la più pic- in modo che tutti mi sentissero. Ma sapevo che “era cola, di appena un anno, presero il lutto. proibito”. La guerra d’Africa per me erano anche le bambine Era anche proibito ascoltare le stazioni che mamma che sulla piazza cantavano: “Vogliam vedere il Negus / ascoltava, era proibito “parlare male del Duce” ma gli taglierem la barba / per far gli spazzolini / e luci- tutti, sia pure a bassa voce, ne parlavano male. dar le scarpe / al Duce Mussolini”. Il Duce era un personaggio importantissimo, miste- La canzone mi era antipatica e non mi univo ai co- rioso e terribile, di cui in bene e in male tutto ciò che ri, ma non potevo evitare a me stessa di immaginare si raccontava sembrava leggenda. Ma un giorno qual- il Negus come un mostro con enormi baffi sporchi di cuno davanti a me lo chiamò “buffone”. Ne fui turba- lucido. ta e felice ma per discrezione finsi di non sentire. Nei lunghi pomeriggi estivi quando i grandi face- Il suo profilo con un’enorme mascella e l’occhio tru- vano la siesta, alcune ragazze del vicinato, figlie di ce era stampato a vernice su ogni cantonata insieme a un muratore, cantavano con indecente trasporto: “ca- frasi che sillabavo faticosamente tornando da scuola, labrese era Tito Minniti - nel bel fiore di sua gio- senza però riuscire a penetrarne l’oscuro significato. ventù”… Anche la mia maestra era “antifascista”, lo sapevo e Concepii in quel periodo per il povero Minniti una me ne sentivo orgogliosa sebbene non capissi con pre- avversione quasi pari a quella che durante i mesi di cisione che cosa significasse ed evitassi di ripeterlo scuola mi aveva incattivito verso la mia compagna di perché sapevo che “essere antifascista” era una delle banco, una bambina clorotica dalle unghie traspa- cose più proibite. E forse proprio per questo mi pia- renti e un eterno profumo di borotalco alla rosa. La ceva. Come mi piacevano i banditi. sua troppa soavità mi aveva disgustato. 10 11 Sapevo che gli aviatori italiani mitragliavano i ne- danti che dovevano darcelo. Spesso pioveva o si alza- gri inermi e me ne vergognavo. Ma ero bambina e il va il vento, il freddo entrava sotto la luttuosa mantel- ricordo più vivo di quegli anni è il desiderio segreto luccia della divisa e mi rimetteva in circolo la mala- e disperato di un paio di scarpe di camoscio bianco. ria. Fu allora che cominciai a soffrire di tonsillite e Le desideravo con tutta la forza e la tenerezza di cui poi di reumatismo; generalmente la febbre mi saliva ero capace. Le immaginavo morbide e candide come dopo le sfaticate littorie. Ma nessuno poteva raccoman- colombe, con due piccoli bottoni da un lato e le suo- darmi e non ottenni l’esonero. le flessibili. Pensavo che un paio di scarpe così mi Avevo undici anni quando Mussolini disse che avrebbero fatto diventare più bella e forse anche più “avrebbe spezzato le reni alla Grecia” e attaccò la Fran- buona. C’era in me una diabolica vanità che nessuno cia invasa dai tedeschi. Proprio in quei giorni a casa at- sospettava perché io gelosamente la nascondevo ma- tendevamo il passaporto che ci avrebbe permesso di scherandola di modestia. Tenevo molto alla fama di raggiungere babbo in America. Le pratiche sembrava- bambina saggia e mi vergognavo dei miei desideri no bene avviate e in previsione della partenza mamma infantili, mi vergognavo anche della mia debolezza ci aveva comprato degli abiti nuovi di crespo e per sé per le scarpe di camoscio bianco e non ne parlai con aveva ordinato un tailleur di canapa bianca. Aveva da- nessuno. Ma forse anche parlarne sarebbe stato inuti- to ai poveri la nostra roba invernale, quasi tutta la le. Erano per la mia famiglia tempi molto duri. Bab- biancheria della casa e gran parte dei mobili.

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