
“Ospedaletto ci prova”... ...a dare divertimento per tutti A un invito non si dice mai di no, e quindi bisogna compiere un gesto di amicizia e di fatica supplementare per presentare un lavoro che in buona parte non ha bisogno di questo. Eh sì, in quanto a scorrere le pagine di vita e di storia, per i primi, ma di una lunga serie, dieci anni dall’inizio delle attività del Gruppo “Ospedaletto ci prova”, la mente si lascia subito andare non tanto alla rifl essione, ma al sorriso divertito. La storia è semplice, potrebbe dire qualcuno, ossia la voglia di stare assieme, di incontrarsi, che fa unire un gruppo di amici, all’ombra o quasi dell’altissimo campanile di Ospedaletto Euganeo, per fare teatro. Semplice, facile, automatico? Nulla di tutto ciò, in quanto spesso queste esperienze coraggiose muoiono nel giro di qualche anno, se non si sciolgono dopo una singola esperienza, a causa dei molti motivi della vita. E invece Francesco Chiodin e amici rimangono uniti, continuano a trovare il tempo, sottratto quasi sicuramente un poco alla famiglia e molto al nefasto televisore o a qualche altro hobby, per dare a tutti i loro estimatori un divertimento sano, ma non improvvisato o casuale. Pensando infatti alla produzione, ci si accorge che fra una risata e un’altra siamo quasi a venti commedie diverse, i cui titoli fanno bella mostra di sé in conclusione a questo libretto. Un plauso, quindi, a Francesco, autore prolifi co e a tutto il suo gruppo, soprattutto perché non si limita solo a riprendere in qualche maniera i lavori degli altri. 3 A scorrere un poco l’elenco delle commedie poste in rappresentazione, si intuiscono alcune fasi diverse, che partono dalla voglia di sdrammatizzare con arguzia e sagacia, mai in forma sguaiata o solamente condita con ironia fi ne a se stessa, le situazioni di ogni giorno, con un’attenzione speciale a quel mondo della sanità che tutti ci coinvolge, spesso con un pizzico di apprensione. E quindi ben vengano le battute sul consultorio, o sulle molte altre situazioni al limite del grottesco, che Francesco ha saputo cogliere e mettere assieme con bravura. Proseguendo, si nota invece un’altra tappa, che si muove in direzione della commedia vera e propria in dialetto veneto. E qui, nella tradizione di una Bassa Padovana ricca di queste esperienze, “Ospedaletto ci prova” si pone in un solco ancora più ricco e forte, che per molti riconduce all’antichità data dalle opere di Angelo Beolco, il Ruzzante. Viene da pensarlo in quanto non si respira un’aria forbita, attenta, contornata da un dialetto veneto che sembra adattato alla recita e all’ascolto per tutti, ma quasi la lingua che nasce spontanea nella bocca di tutti ogni giorno, quasi a lasciarsi andare in forma simpatica alla parlata quotidiana. Ma non si pensi che non vi sia dietro a tutto questo un impegno particolare, quasi a far pensare solo alla commedia dell’arte, dove gli attori si muovono sulla scena solamente con un canovaccio e si affi dano molto all’improvvisazione. Qui il testo è studiato con attenzione e passione in precedenza, e inoltre adattato alle diverse esigenze degli attori, quasi costruito in una sceneggiatura che tiene conto delle possibilità del gruppo che trova ancora il coraggio di osare, o pardon, di provare. Prova, quindi, che continua con i testi quasi contemporanei, che risentono molto della lezione di autori che sanno suscitare nella persona la risata pronta e spontanea, ma che sanno mostrare anche la bravura degli attori nel saper delineare in velocità i caratteri dei protagonisti, molto spesso, inoltre, con una mimica facciale che contribuisce alla riuscita completa del personaggio. Se non basta, questo impegno permette pure il recupero di lavori di artisti, spesso detti erroneamente minori, che rischiavano di fi nire nell’oblìo. E intanto inconsciamente, si torna al maestro, ossia al teatro di Carlo Goldoni, dove, come spesso nei lavori di Francesco Chiodin, è il carattere che la fa da padrone, e quindi non si ricerca solamente la risata immediata, ma l’ironia più fi ne, e magari più graffi ante, per palati che non si accontentano. Voglia, quindi, di fare teatro a tutto campo, che sa coniugare con simpatia sia la voglia di ridere e stare assieme con la solidarietà verso coloro che hanno meno di noi e quindi anche più bisogno di aiuto e sostegno. 4 Allora ecco il via ai diversi progetti di solidarietà, che permettono forse proprio alla Compagnia di continuare, perché danno nuova linfa e uno scopo che va oltre, me ne perdonino gli attori, il solo calcare le scene del palcoscenico. Che rimane da dire? Nulla, se non l’invito a Francesco Chiodin a continuare, con tutto il suo gruppo, in primis la famiglia, in questo impegno, mentre per noi spettatori, l’impegno di non mancare alle prossime rappresentazioni, restando pure in attesa di un prossimo anniversario che ci permetta di gustare ancora una volta altre novità, naturalmente in dialetto veneto. Michele Santi Giornalista 5 Se di teatro si muore… Onestamente non pensavamo di durare così tanto: una vita! Quando siamo partiti l’abbiamo fatto così, per gioco, per celia, ed è già durato dieci anni. Sembra un sogno! Girandomi indietro vedo tante facce, tante belle immagini, bellissime espressioni di persone cui voglio bene e che mi vogliono bene. Ne vedo tante e spero diventino sempre di più. Il teatro è un gioco meraviglioso che ti permette di vivere il sentimento verso gli altri, perché tu non reciti tanto per te stesso, ma per gli altri, per promuovere un’idea, per stimolare ilarità e sorrisi. Questo tipo di teatro è il nostro mestiere: aiutare gli altri a ridere e divertirsi. Che bello! ...questo tipo di teatro Ringrazio tutti coloro che ci hanno aiutato e continuano ad aiutarci. In è il nostro mestiere: particolar modo voglio ringraziare quelle persone che non appaiono sulla scena, ma che alacremente lavorano a montare, smontare e preparare aiutare gli altri a allestimenti o a pubblicizzare i nostri spettacoli e i nostri ingegneri del ridere e divertirsi. suono che si alternano alla consolle. Anche loro, per me, sono degli attori, perché recitano una parte importante anche se invisibile. A volte per noi la Che bello! miglior commedia è quella che viene recitata montando e smontando: lì si sente lo spirito di gruppo. Grazie! Ringrazio tutte le famiglie del Gruppo Teatrale Ospedaletto ci prova perché permettono, scusano e sono complici di tante assenze da casa per fare teatro. Grazie perché tutto quello siamo lo dobbiamo anche a chi rimane a casa, magari ad accudire fi gli o assistere persone anziane. L’importante 7 poi è trovare, al rientro all’una o due di notte, la porta che si apre e non i catenacci che ti costringono all’addiaccio. Ringrazio il Centro Servizi del Volontariato (CSV) di Padova che ci aiuta a realizzare questo libro e che ci sostiene con la consulenza, il servizio e la possibilità di realizzare progetti e sogni. Ringrazio gli amici della stampa locale che sempre puntuali pubblicano le nostre avventure e annunciano quello che presentiamo. Un servizio importantissimo per diff ondere il nostro messaggio e la nostra allegria. Ringrazio tutte le realtà che ci invitano a recitare: comuni, pro loco, associazioni, parrocchie, ecc. A tutte loro dico: continuate a credere in noi! Ringrazio tutto il pubblico che ci segue sempre più numeroso. E’ una bella soddisfazione ritornare a recitare in luoghi che ti han visto protagonista. Ci sono anche i fedelissimi che ti seguono in vari paesi per vedere e godersi la stessa commedia anche quattro-cinque volte. Il teatro è una passione che coinvolge e travolge. Ringrazio dei tanti applausi ricevuti e continuate ad applaudire, perché “… se di teatro si muore, per l’applauso si vive!”. Francesco Chiodin (il regista e presidente di Ospedaletto ci prova) 8 Perché “Ospedaletto ci prova” Era già un anno che si riprovavano i pezzi che dovevano essere rappresentati e una sera d’inverno del 2000, in cui il Gruppo non aveva ancora un nome, uscendo dal patronato, coperti da berretti e sciarpe stavamo calpestando lo stretto sentiero che conduce verso la piazza, off uscata dalla nebbia di novembre… Toni Canazza chiede: “Ma manifesti delle commedie, ne facciamo?”. “Certo” rispondo “se ci sono soldi facciamo tutto, ma penso che andrò in tipografi a fra qualche giorno”. “Bene” ha risposto Toni ”allora scrivi in grande: Ospedaletto ci prova a far teatro”. “Perfetto” controbatto “hai pronunciato un cosa bellissima che sarà il nome del nostro gruppo teatrale: “Ospedaletto ci prova…”. E da quella volta il Gruppo Teatrale ha il nome Ospedaletto ci prova, coniato da Toni Canazza, in una sera di novembre dell’anno 2000, uscendo dal patronato, andando verso la piazza immersa nella nebbia di Ospedaletto Euganeo. Francesco Chiodin 9 Il patronato “Guido Negri” Perché dedicare uno spazio al patronato “Guido Negri” di Ospedaletto Euganeo? Lo capirete subito nello scorrere di queste pagine rievocative. Il patronato “Guido Negri” è stato, ed è, il nostro rifugio, il nostro ricovero, la grotta dei segreti, la pancia della balena, la sala prove, il luogo del debutto e dei debutti… per noi di Ospedaletto ci prova è tanto, direi è tutto! Fino al 2004, per preparare una commedia, usavamo un’aula un paio di volte per la lettura del copione, poi subito sul palco. Un tempo, ante 2004, alla sera eravamo noi del teatro i solitari abitatori dei locali che di sabato venivano usati come aule per il catechismo. Si stava bene d’estate perché il salone teneva fuori il caldo, si stava male d’inverno perché teneva dentro il freddo. Il primo anno (1998) abbiamo provato sempre al freddo.
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