Post/teca materiali digitali a cura di sergio failla 06.2012 ZeroBook 2012 Post/teca materiali digitali Di post in post, tutta la vita è un post? Tra il dire e il fare c'è di mezzo un post? Meglio un post oggi che niente domani? E un post è davvero un apostrofo rosa tra le parole “hai rotto er cazzo”? Questi e altri quesiti potrebbero sorgere leggendo questa antologia di brani tratti dal web, a esclusivo uso e consumo personale e dunque senza nessunissima finalità se non quella di perder tempo nel web. (Perché il web, Internet e il computer è solo questo: un ennesimo modo per tutti noi di impiegare/ perdere/ investire/ godere/ sperperare tempo della nostra vita). In massima parte sono brevi post, ogni tanto qualche articolo. Nel complesso dovrebbero servire da documentazione, zibaldone, archivio digitale. Per cosa? Beh, questo proprio non sta a me dirlo. Buona parte del materiale qui raccolto è stato ribloggato anche su girodivite.tumblr.com grazie al sistema di re-blog che è possibile con il sistema di Tumblr. Altro materiale qui presente è invece preso da altri siti web e pubblicazioni online e riflette gli interessi e le curiosità (anche solo passeggeri e superficiali) del curatore. Questo archivio esce diviso in mensilità. Per ogni “numero” si conta di far uscire la versione solo di testi e quella fatta di testi e di immagini. Quanto ai copyright, beh questa antologia non persegue finalità commerciali, si è sempre cercato di preservare la “fonte” o quantomeno la mediazione (“via”) di ogni singolo brano. Qualcuno da qualche parte ha detto: importa certo da dove proviene una cosa, ma più importante è fino a dove tu porti quella cosa. Buon uso a tutt* sergio Questa antologia esce a cura della casa editrice ZeroBook. Per info: [email protected] Per i materiali sottoposti a diversa licenza si prega rispettare i relativi diritti. Per il resto, questo libro esce sotto Licenza Creative Commons 2,5 (libera distribuzione, divieto di modifica a scopi commerciali). Post/teca materiali digitali a cura di Sergio Failla ZeroBook 2012 Post/teca 20120601 curiositasmundi ha rebloggato batchiara: “ “La smettiamo di sorriderci?” “Mi dispiace. Non volevo.” “No dico, è ora di baciarci!” ” ilmagodiossh: — Poche idee, ma confuse.: Fonte: ilmagodiossh ----------------------- elrobba: ... “Noi siamo per il razzismo contro i tram, gli indiani e i calvi” (cit.) ------------------ curiositasmundi ha rebloggato metaforica: “Ci eravamo sfiorati nel più importante dei modi. Per caso.” — (R. Bach) ----------------- selene ha rebloggato curiositasmundi: “Presi un pugno di sabbia e glielo porsi, scioccamente chiedendo un anno di vita per ogni granello; mi scordai di chiedere che fossero anni di giovinezza.” Le Metamorfosi - Ovidio — (via distace) Fonte: andrenard ---------------- 3nding: “Cosa succederebbe se un maremoto come quello che seguì il sisma del 1908 a Messina sollevando a Sant’Alessio Siculo, sulla costa a sud di Messina, onde terrificanti di 11,7 metri di altezza, colpisse gli stabilimenti industriali? L’ipotesi dovrebbe gelare il sangue a chi ha responsabilità di governo. E invece, ha denunciato Alessandro Martelli in una 5 Post/teca intervista alla rivista web della Protezione civile, mentre altri Paesi (compresa la Francia, meno esposta ai terremoti di noi) si attrezzavano ad affrontare eventuali calamità con normative specifiche per la progettazione anti-sismica degli impianti Rir, noi siamo rimasti fermi: «La normativa attuale è del tutto insufficiente e i controlli sono affidati solo ai gestori».” — corriere.it Fonte: corriere.it -------------------- Alcuni dubbi su Prometheus 31MAY Prometheus ha fatto il suo debutto nei cinema di mezzo mondo e le recensioni cominciano ad arrivare, alcune entusiastiche, altre fredde, ma quasi tutte concordi su alcuni punti. A quanto si dice, Prometheus è un film grandioso dal punto di vista visivo, ma carente sul piano strettamente narrativo. I toni horror di Alien sono stati sostituiti dalla grandiosità, dalla volontà di stupire, con esiti su cui le opinioni divergono. Non ho visto il film e non posso quindi esprimermi, ma vorrei esplicitare alcuni dubbi sull’intera operazione che mi porto dietro sin dal primo annuncio di Prometheus. Sin da subito le intenzioni di Ridley Scott sono state chiare: tornare all’universo di Alien e affrontare di petto i tanti angoli oscuri lasciati da quel primo film (su tutti gli space jockeys). Anche la mia reazione è stata subito chiara: merda. Prima di essere un film, Alien è stato una promessa. Ricordate quelle linee che apparivano sullo schermo, disegnando poco per volta il titolo? Ciò in cui la Nostromo si sarebbe imbattuta era definito da quell’unica parola: alieno. Il motivo per cui quelli della mia generazione sono rimasti folgorati da Alien è tutto qui. Se oggi vedessi quel trailer rimarrei scettico, ma a quell’epoca avevo un’età in cui ero pronto a credere. Se qualcuno mi prometteva qualcosa di alieno io mi aspettavo qualcosa di alieno. Contro ogni aspettativa, e condannandomi a una vita di frustrazioni cinematografiche, Alien manteneva le sue promesse. Sui tanti pregi di Alien si è detto fin troppo. La risposta in termini di design alla fantascienza “vecchia scuola” di 2001, la crew di camionisti dello spazio, il design di H.R. Giger, l’estetica diRidley Scott, Ripley. Ma tutti questi aspetti poggiano su qualcosa di fondamentale, senza il quale il film non avrebbe mai fatto storia, senza cui la promessa del titolo sarebbe stata disattesa. L’alieno. E l’alieno non fu immaginato da Scott. L’alieno e il suo ciclo vitale sono frutto della penna diDan O’Bannon e Ronald Shusett. Esattamente come Fancher e Peoples hanno dato a Scott le basi su cui modellare visivamente il mondo di Blade Runner, così O’Bannon e Shusett hanno reso possibile Alien. Sono stati loro, non Scott, a far sì che la promessa di quel titolo venisse mantenuta. Da molti punti di vista è il design dell’alieno (con la parola design mi riferisco in questo caso a qualcosa di più profondo del pur splendido lavoro di Giger: mi riferisco all’immaginare e progettare un ciclo vitale, le caratteristiche di quel predatore) il cuore di Alien, e il motivo principale per cui Prometheus è un progetto molto rischioso. Il motivo è semplice: lo xenomorfo di Alien resta tutt’oggi un esempio ineguagliato di perfezione del design. Né prima né dopo è mai esistita su schermo una creatura aliena così 6 Post/teca raffinata, così potente, evocativa e, soprattutto, così ben ingegnerizzata (con la sola, parziale eccezione deLa Cosa di Carpenter). Si insiste spesso sulla relazione che corre tra Alien e 2001 in termini di design: raffinato e pulito il design di 2001, sporco e fisico quello di Alien. Ma Alien è una risposta a 2001 in almeno un altro senso. Come ben spiegato da Freeman Dyson, 2001 era il tentativo di Kubrick di rispondere a una domanda: cosa accadrebbe se incontrassimo un alieno non soltanto più strano di quanto immaginiamo, ma più strano di quanto siamo in grado di immaginare? Cosa accadrebbe se una forma di vita aliena fosse al di là delle nostre capacità, del nostro piano di realtà? Questa domanda è acuta e interessante perché pone in discussione – implicitamente – la nostra stessa idea di cosa sia la vita. Si tratta di una domanda a suo modo galileiana, che nega all’esperienza umana la centralità che tendiamo ancora a dare per scontata. In questo senso 2001 è un film estremamente scientifico, in linea con ciò che stava accadendo in quegli anni nello studio della vita. Alien si muove in un ambito a suo modo più commerciale, mi si passi il termine. Sceglie di giocare sul confine, mettendo in campo una creatura che debba essere riconoscibile come viva secondo i nostri parametri, ma al contempo aliena, altra rispetto a noi. A suo modo questa sfida è alternativa a quella affrontata da Kubrick in 2001, nello stesso senso in cui le difficoltà di un progetto di ingegneria divergono da quelle di una riflessione filosofica. Le premesse che deve soddisfare l’alieno sono a loro modo semplici. O’Bannon e Shusett decidono di progettare una creatura che si sia evoluta per poter eleggere lo spazio profondo, e tutto ciò che contiene, a suo habitat naturale. Ciò significa che lo xenomorfo dovrà essere in grado di sopravvivere a condizioni avverse e sempre mutabili, senza poter conoscere prima l’ambiente in cui si troverà a operare. Tutto ciò che conosciamo appartiene a un ben preciso habitat, ma non è così per lo xenomorfo. Lui appartiene allo spazio. Riuscire a ottenere questo è di incredibile difficoltà, riuscire a ottenerlo visivamente è quasi impossibile. Non ce ne rendiamo conto, ma questa è la sfida implicita in quelle lettere sottili che vanno formandosi sullo sfondo del vuoto dello spazio. Questo è ciò per cui abbiamo pagato il biglietto. In due modi possiamo comprendere quanto sia difficile fare ciò che O’Bannon e Shusett hanno fatto: provando a ricordare almeno un altro film che sia riuscito nell’impresa con la stessa compiutezza, o provando a farlo noi stessi. Provate, se volete, a immaginare un’alternativa allo xenomorfo che risponda alle stesse esigenze. Vi assicuro che, dopo giri più o meno vorticosi, vi troverete ancora al punto di partenza, al lavoro di O’Bannon e Shusett (a meno che non scegliate la via Kubrick, ovviamente). La raffinatezza del design finale non viene mai esplicitata, mai posta al centro della scena. O’Bannon, Shusett, Scott e Giger sanno che non è compito loro spiegare: dovrà essere lo spettatore a intuire. Esattamente come i pulcini riconoscono istintivamente ciò che differenzia il movimento di un animale dal movimento di un oggetto inanimato, lo spettatore riconoscerà istintivamente i tratti distintivi di un organismo vivente. Sarà in grado di dire se ciò che si trova di fronte è credibile, anche se potrebbe non saperne spiegare il perché.
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